Presso la Fonte

Un foglio per pensare

 

rachele e maria: madri in betlemme (Gabriella del Signore)

Notte che mi hai guidato  (Eleonora)

 

 

Rachele e Maria: Madri in Betlemme


Betlemme è la città piccola ma è anche la città dei “piccoli”, la città di Davide, il più piccolo dei figli di Iesse ma il più grande dei re d’Israele.  Betlemme è la città presso la quale Rachele dà alla luce Beniamino, il figlio più piccolo di Giacobbe. Betlemme è anche  la città di Maria, anche lei, come Rachele, giunge nei pressi della città incinta e stanca e lì partorisce un figlio: Gesù. Rachele, Maria e la città di Betlemme hanno qualcosa che lega le une all’altra indissolubilmente. Rachele è una donna molto amata dal suo sposo ma sterile, il suo desiderio di maternità non si compie per lungo tempo ma quando alla fine concepisce e genera un figlio, Giuseppe, il suo grido di gioia si eleva più forte della donna feconda perché sorge dal lungo pianto di un’attesa che supera i normali tempi della gestazione e proviene dai giorni cupi della sterilità. Rachele, attraverso il dolore della sterilità, matura una tale sete di maternità che alla nascita del suo primogenito la spinge ad esprimere una preghiera: “il Signore ne aggiunga un altro”.

Questo “altro” figlio è Beniamino, il figlio che Dio aggiunge alle lacrime di gioia per la nascita di Giuseppe. Eppure, quando ormai Rachele è sicura di aver lasciato dietro alle spalle il tempo del dolore, quando spera di poter godere della fecondità ritrovata, ecco che il grido della gioia si confonde con il grido del dolore: il grido della vita con il grido della morte. Rachele muore presso Betlemme prima ancora di poter vedere questo figlio che nasce.  Il primo grido di vita del bambino  si leva all’unisono con il grido di morte di sua madre ed entrambe le grida risuonano nella terra di Betlemme come una terribile sfida tra attesa e compimento.

Anche Maria, come Rachele  giunge incinta presso Betlemme, della sua presenza in questa città ci parla soprattutto l’evangelista Matteo. Attraverso le letture evangeliche e le conferme archeologiche, veniamo a sapere che, a differenza di quanto alcune poesie natalizie amano farci credere, Maria e Giuseppe trovano una premurosa accoglienza in Betlemme. La piccola famiglia viene infatti ospitata in una di quelle grotte-abitazione, usate dai pastori e dalle loro famiglie. Queste abitazioni presentavano una parte più interna dove viveva la famiglia ed  una più esterna detta "albergo" parzialmente coperta da tende dove venivano accolti i viandanti. Per Maria, non c’e posto nell’ “albergo”, non solo perché affollato ma perché le condizioni della donna richiedono un’accoglienza più discreta, nella parte più interna della dimora, nel “cuore” della famiglia. In questa grotta, dove si attinge calore l’uno dalla presenza degli altri, Maria dà alla luce suo figlio Gesù e sebbene lei, a differenza di Rachele, non perda la vita nel darlo alla luce, sarà comunque testimone di una pesantissima vicenda di odio e di morte, Mentre Il figlio di Maria nasce nell’anonimato più totale, Gerusalemme è messa in subbuglio dall’arrivo di alcuni saggi provenienti dall’ oriente. Costoro hanno visto nel cielo un astro che indica  la nascita di un grande re in Giudea, pertanto chiedono informazione ad Erode ed ai sapienti della città sul luogo preciso dove è avvenuta la nascita che le “stelle” narrano. All’udire tali domande la corte di Erode viene presa da profonda agitazione: il re è ignaro di tutto. Sebbene in preda alla paura e alla gelosia, Erode finge di voler rendere omaggio al nuovo nato, convoca i sapienti di Gerusalemme i quali, consultate le scritture, affermano che Betlemme è la città che darà i natali al re che gli astri hanno indicato (Mi 5,1 // Mt 2,6). I Saggi d’oriente riprendono il cammino e finalmente trovano ciò che da tempo cercavano: il bambino e sua madre, Maria. Ma mentre tutta la città di Betlemme stupefatta vede questo anonimo bambino al centro dell’interesse dei sapienti d’oriente e grida di gioia e di stupore si intrecciano  tra gli abitanti, Erode medita di “regalare” ben altre grida alla terra di Betlemme.

Durante la notte un angelo del Signore appare in sogno ai sapienti dell’oriente e apre i loro occhi alle trame mortali di Erode: il re attende il loro passaggio in Gerusalemme per poter individuare ed uccidere il bambino. Obbedendo tempestivamente al comando dell’angelo i Magi si allontanarono in fretta e di nascosto. Sempre nella notte un angelo del Signore appare anche a Giuseppe, sposo di Maria, rivelandogli il pericolo che incombe sul bambino. Anche  Giuseppe con la sposa e il bambino abbandona immediatamente Betlemme e fugge verso l’Egitto. Il pericolo sembra scampato, Erode non potrà fare del male al bambino, inoltre la precipitosa fuga da Betlemme  solleva ogni abitante della città dal terribile dilemma di tacere rischiando la vita per salvare Gesù o parlare e salvarsi condannando a morte il bambino.

Ma la malizia di Erode supera ogni attesa, non avendo informazioni sul bambino se non quelle relative alla città e all’età approssimativa del bambino, dà ordine di uccidere ogni piccolo nel territorio di Betlemme dai due anni in giù, eguagliando così nella follia l’ordine impartito dal Faraone ai tempi di Mosé.

Così da Betlemme si alza il grido inconsolabile delle madri e dei padri privati dei loro figli. “Un grido è stato udito in Rama, un pianto ed un lamento grande, Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più” (Ger 31,15 //Mt 2,18)

Nel frattempo Maria, ignara di ogni cosa  è  in fuga verso l’Egitto, non sa quali pericoli incombono sulle donne che l’hanno accolta quando era incinta, che le hanno insegnato a fasciare il piccolo, che hanno attinto l’acqua per lei e Giuseppe nei giorni critici del parto. Ma quando l’eco della strage operata da Erode giunge alle sue orecchie, Maria avrà certo ricordato le  grida festose delle donne con le quali andava alla fonte, con le quali cantava e  rideva di quel sorriso così bello che hanno solo le madri e le voci dei loro bimbi con i quali il suo bambino giocava.

Maria ama Betlemme perché è la città che l’ha resa madre,  ricorda il giorno in cui è stata accolta nella parte interna di quelle grotte-abitazione, lì nel buio caldo e assoluto dove i cuccioli del gregge e i bambini dei pastori sono l’uno nel calore dell’altro lei  udì per la prima volta il grido di suo figlio, il grido della vita. Adesso invece anche lei come Rachele grida le lacrime delle madri che vedono morire i propri figli. Rachele e Maria sono unite nell’unico grido, un grido che cresce  e si unisce al grido antico dei bambini uccisi nella Storia.

Questo grido non si spegnerà più per tutta la vita di Maria, lo ricorderà quando suo figlio passerà  predicando per la Giudea, nei pressi di Betlemme, lo ricorderà quando “sentirà” mancare le voci dei coetanei di suo figlio. Suo figlio è solo, è l’unico scampato al grido di dolore che salì da Betlemme e Maria lo sa. Egli è un grido sospeso, il grido vivente di un “sopravvissuto” a Erode. Ben presto anche lui sotto il regno di un altro Erode, al tempo di un altro Imperatore e di un altro governatore romano, su un patibolo romano e in una città poco distante da Betlemme, unirà il suo grido di morte al grido di morte dei suoi compagni di giochi in Betlemme e Maria raccoglierà il grido di suo figlio che muore  ed in quel momento saranno lì tutte insieme, Maria le donne di Betlemme, Rachele...tutte le altre, tante altre, e con esse anche le madri inghiottite con i loro figli nel mare Mediterraneo mentre venivano da noi sui gommoni per trovare rifugio e scampare alle guerre o per sfuggire alla fame, un grido che cade nell’indifferenza e che ci fa sentire un po’ tutti Erode!

Questo Natale ridesti in noi la capacità di “udire” la voce del dolore, la voce degli oppressi, la voce dei sommersi della storia, di coloro che sono schiacciati dal potere per essere con chi piange e non con chi uccide con l’indifferenza. Il Signore ci salvi dall’Erode che è in noi!                                                            

Gabriella Del Signore

Notte che mi hai guidato

Se dovessi racchiudere in pochi versi il senso della mia notte di Natale 2010, utilizzerei le parole di un canto tratto da uno scritto di San Giovanni della Croce: “notte che mi hai guidato, notte stupenda mai più che alba; notte che sola per sempre hai legato l’Amato con la sua amata, nell’Amato trasformata…”.

Da almeno 6 anni frequentavo il Carmelo della mia città, facevo parte della Fraternità laicale carmelitana e mi abbeveravo alla Fonte della Parola e della Spiritualità carmelitana con una certa avidità. Avevo un lavoro, degli amici, una famiglia che mi amava, una vita che tutto sommato mi andava bene, tuttavia sentivo di non aver trovato ancora il mio posto nel mondo. Mi accorgevo di star veramente  bene e di vivere in pienezza ogni volta che stavo in ascolto della Parola e in preghiera mentre vivevo con difficoltà l’idea di uniformarmi alle variegate alternative che la società mi proponeva. Sentivo dentro di me che qualcosa mi mancava, ma non capivo cosa, o meglio, forse avevo paura di capire cosa. Nel mese di Novembre 2010, decisi di passare tre giorni di ritiro presso il Carmelo Santa Maria della Vita a Sogliano al Rubicone. Una mia amica mi aveva parlato della Comunità di carmelitane che vi risiedevano ed, insieme, avevamo deciso di andarci.

Tutto mi aspettavo da quel viaggio, tranne quello che sarebbe realmente accaduto! Dopo aver preso le chiavi della foresteria, mi fermai nella piccola chiesetta del Carmelo e rimasi un po’ da sola a pregare. Niente di strano in tutto questo: altre volte ero rimasta da sola a pregare in una chiesa ma questa volta provai una sensazione strana. Quella chiesetta mi sembrava familiare e, per la prima volta nella mia vita, compresi che quello era il posto! Avevo sempre immaginato che avrei faticato parecchio a capire cosa dovevo fare da “grande”: mai avrei pensato che in pochi minuti avrei sentito così nitidamente in me stessa, quale missione il Signore mi stava affidando!

Fui presa da spavento, ricordo che mi rivolsi a Lui dicendogli: “non è possibile che tu mi chieda proprio questo!”. Trascorsi i 3 giorni con questo pensiero che diventava sempre più consistente e quanto più aumentava tale consistenza, tanto più aumentava la mia paura. Ebbi modo di conoscere la Comunità e di percepire la Bellezza che in essa traspariva: carmelitane che pregavano incessantemente per la Vita in senso pieno della parola, in modo particolare per la vita fin dal suo concepimento e contro qualunque forma di sopraffazione su di essa!

Tornai a casa parecchio sconcertata, mi sentivo stretta dalla gioia della Sua chiamata e dalla paura di rispondere “Si!”. Continuai a mantenermi in contatto con la Comunità, badando bene di non comunicare a nessuno quanto stavo vivendo intimamente: quando un pensiero lo tieni per te, è solo fantasia ma quando lo comunichi agli altri diventa più… “concreto”!

Cominciò per me un mese di “Passione”, cercavo di gestire da sola quello che avveniva dentro di me, non volevo che alcuno influenzasse i miei pensieri e le eventuali scelte. L’innamoramento nei confronti dello Sposo mi era chiaro ma il terrore legato ad uno stile di vita così radicale, mi era altrettanto palese. Non ricordo di aver vissuto sensazioni così forti e contrastanti come quel periodo.

Trascorsi l’Avvento chiedendo al Signore di farmi fare chiarezza e pregavo di allontanare quel calice da me: non poteva volere questo!

Le paure non erano solo a livello personale ma coinvolgevano anche le persone che mi stavano attorno: come dire alla mia famiglia che volevo consacrarmi? E ammesso che fossero sopravvissuti a questo, come dire loro che la scelta ricadeva sulla clausura? E se qualcuno fosse scampato alle prime due notizie, come facevo ad aggiungere che avevo deciso di entrare nel Carmelo di Sogliano, lontano dalla mia amata Sicilia e da loro? Avevo accennato qualcosa al mio padre spirituale e alla mia amica ma sapevo che il guado lo dovevo attraversare da sola e mi sentivo tremendamente desolata.

Arrivai alla Veglia di Natale, ripiegata su me stessa, confusa, con la mente ed il cuore che galoppavano dietro i mille pensieri che mi portavo dentro. All’improvviso il canto di San Giovanni della Croce mi distolse dal mio torpore: qualcosa stava accadendo dentro di me, non era una notte come le altre… Quando il bambino posto ai piedi dell’altare si “svelò” agli occhi dei fedeli  compresi che le mie paure erano svanite, compresi che una strana sensazione invadeva il mio essere. Guardavo quel bambinello avvolto in fasce e in me echeggiava un unico pensiero: “Si, io ti accolgo!”.

Sia chiaro, non voglio fare sensazionalismo, né miracolismi di sorta, e non nascondo che cercare di spiegare le sensazioni di quella notte è molto arduo. Tuttavia, ritengo che quando Lui ti entra dentro, è sempre un evento unico e indefinibile. Quella notte sentivo che quel bimbo indifeso, aveva scelto me come sua grotta ed il mio cuore come sua mangiatoia. Non avevo più paura, né dubbi: volevo gridare a gran voce: “Oggi è nato il Redentore dentro di me!”. Accoglievo nella mia vita la Sua immensa piccolezza ed il calice amaro si era trasformato in un calice traboccante di gioia. I legacci che mi portavo dentro si erano rotti: ero pronta ad alzare la testa, a vivere con immensa gioia e gratitudine il Dono che il Signore mi aveva fatto. Nel nome di quel bimbo accolto quella notte di Natale, continuo ad accogliere nella mia preghiera ogni vita concepita, pregando affinché veda la Luce e possa essere rispettata sempre in tutte le sue fasi. Accogliendo Lui  ho accolto me stessa, ho sondato i miei limiti ma anche l’immensa libertà di poter dire un “Si!” che a molti scandalizza ma rende piena di senso la mia vita. Oggi nel Carmelo Santa Maria della Vita, vivo in unione con Lui e con il mondo intero: mai la mia vita è stata così vera e pienamente Libera.

La mia notte di Natale 2010 è l’essenza di una notte che mi ha guidato, di una notte stupenda mai più che alba. Una notte che sola per sempre ha legato l’Amato con la sua amata nell’Amato trasformata…

 

Eleonora


  Carmelo Santa Maria della Vita 

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