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Una parola per te...

L'aborto è il più grande distruttore della Pace perchè, 

se una madre può uccidere il suo stesso figlio, 

che cosa impedisce che io uccida te e tu uccida me? 

(santa Madre Teersa di Calcutta)

Presentazione del Vangelo della domenica


10 settembre 2017

XXIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO  

Mt 18,15-20

Nella traduzione liturgica non appare, perché ovviamente essa prende una sola via, però c’è un problema nel testo, che si ritiene importante conoscere, in quanto porta a cambiare la prospettiva del discorso. La maggioranza dei manoscritti ha come il brano liturgico: “Se il tuo fratello commette una colpa contro di te...”, ma in alcuni manoscritti, fra cui i due ritenuti più autorevoli, il Codice Vaticano e il Codice Sinaitico, entrambi del IV sec., non c’è “contro di te”. Non esistono elementi cogenti per una soluzione in un senso o nell’altro: nel primo caso prevale l’aspetto personale, nel secondo caso si può vedere ancora il coinvolgimento personale, ma in quanto appartenenti alla comunità, la fraternità cristiana; certo non con atteggiamento di giudizio, con spirito “impiccione”, di voler sindacare la condotta degli altri per evidenziare la “pagliuzza” nel loro occhio, senza curarsi della “trave” nel proprio (cf. Mt 7,1-5), ma con grande solidarietà e partecipazione. Detto questo, ribadendo il dovere di tener presente le due possibilità, si deve riconoscere che è più probabile la versione breve, senza “contro di te”, perché è più facile ipotizzare un’aggiunta esplicativa, sotto l’influsso della domanda di Pietro relativa al “fratello” che “commette colpe contro di me” (cf. v.21). Comunque, nel caso della versione lunga, si sarebbe in linea col contesto seguente, in cui si insiste sull’aspetto personale e relazionale del  dovere della correzione fraterna (“… ammoniscilo fra te e lui solo…, avrai guadagnato tuo fratello ...”), nel caso della versione breve si sarebbe in linea con il contesto precedente, in cui si richiama la necessità di cercare la “pecora perduta” .

Si ha un procedimento in tre tappe. Il richiamo (il dovere di riprendere il prossimo è già previsto nell’Antico Testamento – cf. Lv 19,17), sia pure a tu per tu, può avere in sé qualcosa di antipatico, in quanto può evocare un processo, ma si rimane sempre nell’ambito della carità fraterna. Se si avrà successo, si sarà ristabilita la piena comunione; sarebbe una soluzione del tutto facile, ma, purtroppo, nella realtà, anche nell’interiorità della persona, di solito assieme al grano buono cresce la “zizzania” (cf. Mt 13,24-3,l0.36-43); è interessante il verbo tradotto “ammoniscilo”, perché esprime il concetto di “dimostrare, convincere”. Cioè si procede cercando un’opera di convincimento, non con arrogante sicumera. Se non si sortisce alcun effetto, secondo quanto prescritto dalla legge ebraica per la validità giuridica di una testimonianza (cf. Dt 19,15), vengono  coinvolte due o tre persone in qualità di testimoni. Non si tratta certo di procedimento giudiziario in cui si cerchino supporti per avvalorare la condanna, ma di  piccola commissione di persone che ha lo scopo di smuovere più facilmente l’interessato. Se questi ancora non si ravvede, viene chiamata in causa l’intera comunità cristiana che vive in un certo luogo, definita “chiesa”, con termine molto raro nei vangeli (solo due volte qui e una volta in Mt 16,18), ma frequente in At, nell’epistolario paolino e in Ap. Se quel tale non sarà docile nemmeno all’intervento della comunità, sia considerato come un estraneo: in pratica corrisponde a quello che più  tardi sarà chiamata “scomunica”. Nel contesto non appare l’intenzione di preservare i più deboli dal “contagio” negativo; si deve pensare ad un appello forte alla responsabilità, un prendere atto di quanto avviene. L’espressione “sia per te come il pagano e il pubblicano” va vista in riferimento alla pratica dei Giudei ortodossi che evitavano scrupolosamente ogni contatto con i peccatori, non può certo essere considerata in contraddizione con l’atteggiamento del tutto inclusivo di Gesù (cf. Mt 11,19; 9,11-13; …): cambia radicalmente la prospettiva.

Pure nel testo evangelico si ha un cambiamento, passando dal singolare al plurale; anche prima si aveva un “tu” generico che riguardava tutta la comunità, ma adesso l’idea è supportata in più dalla grammatica. Si ha ancora l’immagine del “legare” e “sciogliere”, già incontrata nel conferimento dei poteri a Pietro (cf. Mt 16,19) e già in uso presso i rabbini per indicare il potere di imporre un obbligo o liberare da esso; tale prerogativa è propria dei “discepoli cui è rivolto il discorso, della Chiesa, intesa come Magistero che, a nome di Dio, indicato dal “passivo teologico” (lo si dà per conosciuto, perché se n’è parlato più volte), può dichiarare uno escluso dalla comunità e ha gli altri poteri divini. Il vangelo garantisce la presenza del Signore nella comunità, in mezzo a “due o tre riuniti nel” suo “nome”, cioè che fanno di lui la propria ragione di vita. Per questo, essendo in piena armonia tra di loro e in sintonia con lui sono esauditi nelle loro richieste.


Veglia per la Vita

L'ultimo sabato del mese vegliamo in adorazione 

affinchè ogni vita sia accolta, amata, difesa, servita


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