Carmelo Santa Maria della Vita

Un Monastero che prega per l'accoglienza e il rispetto di ogni Vita umana


XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 



Mc 10,17-30

In questione nel testo del vangelo è la "vita eterna", la vita definitiva; il brano forma un'unità letteraria ben delimitata proprio da questa espressione che, così, viene a formare un’"inclusione". La domanda iniziale del "tale" che, poi, solo al termine dell'episodio viene qualificato come in possesso di molte ricchezze, è appunto: "... che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Alla fine, si promette ai discepoli come ricompensa ancora “nel tempo che viene vita eterna”.
Il contesto è dato dal cammino verso Gerusalemme, che ha valenza non solo letteraria, ma pure e soprattutto spirituale-teologica per indicare il compimento del mistero pasquale: è questo il quadro di tutta la vicenda dove il messaggio si fa pienamente chiaro.
In Mc il personaggio è lasciato indeterminato; invece nell'episodio parallelo, Mt precisa che si tratta di un giovane (cf. Mt 19,20), mentre Lc lo qualifica come notabile (cf. Lc 18,18). Nel testo di oggi si noti che lui viene presentato pieno di riguardo e di fiducia verso Gesù considerato come un rabbino molto quotato: si inginocchia davanti a lui, segno di devozione o supplica, gli riconosce grande autorevolezza, perché chiede a lui indicazioni per la vita eterna, lo chiama "maestro buono". Il Signore si oppone a tale qualifica e fa appello alla bontà esclusiva di Dio, dichiarando implicitamente anche la propria divinità; c'è una preghiera giudaica attestata nel II-III sec., ma più antica, che dice: "Sii benedetto tu, che sei buono e che fai il bene". Queste bellissime parole fanno capire che nella concezione ebraico-cristiana (non si dimentichi che il cristianesimo nasce in seno all'ebraismo) la bontà non è un'idea astratta, ma è legata a Dio. Lui rimane l'unica fonte della bontà, perché è il responsabile ultimo della salvezza umana; l'affermazione prepara l'altra ove si sostiene che tutto "è possibile presso Dio" (v.27). Il concetto viene ribadito anche quando si invita ad osservare i comandamenti. Quelli elencati vogliono essere solo un esempio per richiamarli tutti; così viene sottolineata la loro importanza come indicazioni di vita per la salvezza.
Ma il vangelo annunzia un'altra condizione, la "cosa" che "manca". Ci sono cinque imperativi interrotti da un indicativo futuro - promessa: "va', vendi..., da'..., e avrai un tesoro in cielo, e vieni, segui me". Questa richiesta così radicale nasce dallo sguardo di Gesù: si deve pensare ad uno sguardo intenso e penetrante, tanto che è legato all'amore: "... Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò”; subentra l'onniscienza del narratore che esprime anche i moti interiori. In pratica viene ribadita la necessità della sequela di Cristo e come corollario, condizione per questa si avanza l'esigenza di abbandonare tutto. Non si tratta di un semplice consiglio facoltativo, che si può osservare o meno, ma di un qualcosa di necessario per andare dietro a Gesù. Alcuni (nominatamente, almeno dal punto di vista esterno, per esempio, frati e suore che hanno fatto il voto di povertà; ma a volte si deve riconoscere una certa incoerenza tra l'aspetto esteriore e quello reale interiore: uno che, avendo fatto regolarmente il voto, faccia pieno affidamento sulla comunità, forse non vive la vera povertà...) osservano alla lettera quanto detto dal vangelo, ma tutti si deve, come cristiani, avere un atteggiamento di distacco dalle ricchezze. Al proposito si può richiamare la parabola del padrone del campo che, avendo avuto un buon raccolto e sentendosi sicuro, vuole darsi alla gioia, ma il vangelo commenta: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?" (Lc 12,20; cf. vv. 15-21), o anche quell'altro passo in cui si chiedeva già di spogliarsi di tutto per andare dietro a lui (cf. Mc 8,34-37). Il discorso sembra contraddire l'Antico Testamento, quando vede la ricchezza come segno di benedizione; ma in testi profetici questa è condannata, nella misura in cui porta a sentirsi autosufficienti davanti a Dio e insensibili verso gli altri. Il Nuovo Testamento continua su questa linea. Il ricco reagisce del tutto negativamente; ancora il narratore si dimostra onnisciente descrivendo i sentimenti del personaggio.
Allora Gesù guarda all'intorno (si può supporre lo stesso sguardo d’amore penetrante prima riservato al ricco dacché c’è il medesimo verbo) e, rivolgendosi ai suoi discepoli, che appaiono qui all'improvviso, mai menzionati prima, fa l’osservazione: "Quanto difficilmente gli aventi ricchezze entreranno nel regno di Dio"; alle perplessità dei destinatari Gesù risponde ribadendo quanto affermato con il paragone del cammello che non può passare per la cruna di un ago. Non c'è bisogno di ricorrere ad altre letture e interpretazioni (soprattutto leggendo "kámilos/canapo" in luogo di "kámēlos/cammello", perché più adatto ad essere accostato ad una cruna d'ago, come già attestato in manoscritti e sostenuto tuttora da alcuni), quando si ricordi l'amore degli Orientali per i paragoni paradossali più assurdi: il cammello in quell'ambiente era uno degli animali più grossi, mentre la cruna dell'ago è piccolissima. Il discorso è ovvio, se si pensa che la ricchezza, posseduta di fatto o desiderata praticamente come scopo della vita, può portare a sentirsi autosufficienti senza bisogno di Dio e a non vedere l'eventuale bisogno degli altri. Ai discepoli che riconoscono come, a tali condizioni, nessuno possa salvarsi il vangelo conclude che, se la cosa è impossibile agli uomini, non lo può essere davanti a Dio, perché: "tutto è possibile presso Dio": l'idea forte, come già si riconosceva, è che la salvezza che pur richiede la cooperazione dell'uomo in ultima analisi dipende da Dio.
Infine gli apostoli, attraverso il loro portaparola, Pietro, fanno notare di aver lasciato tutto per seguirlo e il Signore promette loro la ricompensa già sulla terra, precisando, a scanso di illusioni, "insieme a persecuzioni" e nel futuro "la vita eterna"; è sempre la via cristiana, seguita dallo stesso Gesù: la gloria, la "vita eterna" si può ottenere solo attraverso la sofferenza. La ragione del distacco è indicata con la duplice espressione "per causa mia e del vangelo", in cui si mette in parallelismo, identificandoli. lui e vangelo (cf. già 8,35).
Il brano liturgico omette la sentenza finale: "Molti saranno primi ultimi e (gli) ultimi primi" (v.31): la discriminante non deve dipendere solo dall'osservanza dei comandamenti, ma soprattutto dall'adesione a Cristo.

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