Carmelo Santa Maria della Vita

Un Monastero che prega per l'accoglienza e il rispetto di ogni Vita umana


XVII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO

24 luglio 2022 

Lc 11,1-13
 Nel brano evangelico odierno, seguito immediato dell'episodio di Marta e Maria, sono agevolmente riconoscibili tre sezioni precedute da un'introduzione (v.1): la preghiera del “Padre” (vv.2-4), la parabola detta dell'amico importuno (vv.5-8), invito a pregare con la certezza dell'esaudimento (vv. 9-13).
Gesù prega secondo la presentazione che gli è riservata molte volte in Lc e, quando ha finito, riceve da un discepolo la domanda di insegnare a pregare; non viene precisato né il quando, né il dove: il generico "un luogo" richiama e crea un collegamento vago con "un villaggio" (v.38) dell'abitazione delle due sorelle; tale indeterminatezza significa che il vangelo va subito all'essenziale, senza attardarsi sui dettagli. Anche la congiunzione "kaí/e" può indicare successione rispetto all'episodio precedente; comunque la formula "E avvenne" che deriva dall'ebraico "wayehî", frequente nei testi narrativi dell'AT (di solito trascurata nelle traduzioni) ha funzione di transizione letteraria per segnalare l'inizio di una nuova unità. Il riferimento a Giovanni Battista, dato che non è per nulla richiesto dalla sequenza del discorso, si può ritenere ricordo storico. Il fatto che venga interpellato come "Signore" può significare il riconoscimento della divinità di Gesù, tenendo presente la versione greca da parte della LXX dell'impronunciabile nome divino, come notato più volte. La preghiera poi riportata dal vangelo può essere considerata espressione sintetica del messaggio cristiano e una sorta di contrassegno per i discepoli.
Della cosiddetta "orazione domenicale" (orazione del Signore, dal latino "Dominus") si posseggono due versioni, quella più ampia e di uso comune di Mt (cf. 6,6-13), con sette richieste e quella notevolmente più corta di Lc (cf. 11,2-4), riportata nel brano liturgico di oggi, che contiene solo cinque richieste e meno sviluppate, con differenze anche nelle parti comuni. È impossibile risalire alle parole di Gesù, come starebbe molto a cuore oggi, ma non ci sono elementi per ricostruirle (quindi le introduzioni previste nella preghiera eucaristica "parola del Salvatore" o "come il Signore ci ha insegnato" devono essere intese in senso lato). Le due formule si ritiene comunemente che derivino dall'uso liturgico delle comunità di appartenenza dei rispettivi evangelisti, con ogni probabilità, la prima giudaico-cristiana, etnico-cristiana la seconda.
"Padre" era considerato Dio già nell'AT per tutto il popolo (cf. Os 11,3-4.8-9; Gr 3,19; ... ), successivamente anche per il singolo fedele (cf. Pv 3,12; Sir 23,1-4; …), pur se nella fede di Israele non appare come un'idea centrale e si tratta solo di un'immagine fra le altre per indicare il rapporto di Dio coi suoi (cf. anche Sl 103[102],13; Pr 3,12; …, ove Dio, pur non essendo detto tale, è paragonato ad un padre). Applicati a Dio in ebraico (anche se non molto di frequente) si hanno i termini "’āḇ/padre" (Dt 32,6; Gr 31,9; Es 4,22; ...), "’āḇî/padre mio" (Gr 3,19; ...), "’āḇînû/padre nostro" (Is 63,16; 64,7; I Cr 29,10; ...). È un'immagine molto efficace per esprimere l'interessamento benevolo di Dio verso i suoi fedeli; nell'AT si trova anche l'idea di Dio che, come una madre, "concepisce" il popolo e si prende cura di esso (cf. Nm 11,12; Is 49,15). Il concetto della paternità divina, poi, esplode nel NT dove è attestato (tre volte, sempre seguito dalla traduzione greca) il termine aramaico "abba", usato quasi come nome proprio applicato a Dio; è ritenuto diminutivo originariamente della forma semplice "’aḇ" (corrispondente all'ebraico con la vocale lunga “’āḇ”) che appare al vocativo e può avere il valore di "padre mio", "padre nostro". Dovrebbe essere espressione di familiarità e intimità, trovando corrispondenza nell'italiano "papà, papino"; non si trova mai per Dio nell'ebraismo, perché verso di lui in esso viene riservata sempre una certa riverenza, mentre nella letteratura giudaica non si trovano esempi prima dell’epoca del NT. Si deve ritenere altamente verosimile che, riferito a Dio, il termine sia stato introdotto proprio da Gesù; anzi, quando i vangeli scritti in greco, riportano la parola greca per "padre", si può sottendere il termine aramaico nella lingua parlata allora in quell'ambiente. "Abba" si trova una volta, messo in bocca a Gesù nella preghiera drammatica, ma pienamente disponibile, del Getsemani (Mc 14,36), una volta "gridato" dallo Spirito a nome dei cristiani (Gal 4,7), una terza volta "gridato" da cristiani sotto l'influsso dello Spirito (Rm 8,15). Allora è grandioso che i discepoli di Cristo siano figli nel Figlio e, pur con le debite distinzioni, esprimano verso Dio l'atteggiamento filiale di Gesù.
"Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno". La forma passiva, si deve richiamare, è un modo giudaico per indicare Dio, senza nominarlo. Il "nome" nel linguaggio biblico significa la persona nelle sue manifestazioni. La santità indica l'assoluta trascendenza di Dio e del suo amore. Il "regno" è il mondo nuovo, secondo i suoi criteri, che sarà definitivo alla fine della storia con la venuta del Cristo glorioso.
Tutto questo implica anche la cooperazione umana, perché pure l'uomo deve impegnarsi per la manifestazone della santità di Dio e per l'avvento del Regno. Per adempiere questo suo dovere egli, debole e peccatore, ha bisogno di pane e di aiuto contro il male; per questo si prega anche per le necessità personali, per il pane che dia la sostanza giorno per giorno: è preghiera del "povero" che non trova risorse in se stesso e si abbandona fiducioso al Signore per la razione giornaliera, come per la manna (cf. Es 16,4.18); deve fare la sua parte, ma poi, rendendosi conto di essere insufficiente, si affida (cf. Gn 3,19; II Ts 3,6-12). Tenendo conto del contesto, con la “parte migliore” di Maria e l’applicazione della successiva parabola, difficilmente ci si può fermare al livello materiale: bisogna vedere anche un aspetto di “nutrimento” dello spirito. Il "nostro" richiama la dimensione comunitaria. Ci si preoccupa che sia eliminato il grande ostacolo che è il peccato, con l'impegno della remissione dei "debiti" verso tutti. Si chiede, infine, di essere sostenuti nella tentazione, di non essere introdotti (cf. 22,40.46; Mc 14,38; Mt 26,41) in essa, di non cadervi.
La parabola cosiddetta dell'amico importuno, che sarebbe più esatto dire dell’uomo che cede alla richiesta fatta dall’amico in un momento inopportuno, propria di Lc, fa capire la necessità dell'audacia che non consideri mai tempo non propizio rivolgersi a Dio. Applicando il racconto parabolico, si garantisce la certezza dell'esaudimento, purché non si tratti di preghiera quasi arrabbiata con la pretesa di ottenere quanto si chiede secondo i propri desideri, ma ci si sappia abbandonare alla volontà divina, preoccupandosi in primo luogo delle realtà spirituali per interessarsi di ricevere lo “Spirito Santo”. La garanzia di essere ascoltati viene dimostrata mediante il confronto con i padri terreni che, pur malvagi, sanno essere buoni verso i propri figli, mentre tanto superiore è la bontà del Padre celeste.


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26 luglio 2022

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