Carmelo Santa Maria della Vita

Un Monastero che prega per l'accoglienza e il rispetto di ogni Vita umana


XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Mc 9,30-37


Dopo aver liberato un ragazzo posseduto fin dall’infanzia da uno spirito impuro, Gesù con i suoi discepoli percorre la Galilea ma vuole restare in incognito: "non voleva che alcuno lo sapesse". Perché? dato che una tale annotazione sembra contraddire tutta la sua impostazione missionaria, essendo lui venuto proprio a portare il Regno Dio? (cf. 1,14-15); come può fare, se desidera che la gente non sappia della sua presenza? Lo stesso si afferma allorché va nel territorio di Tiro e Sidone (cf. 7,24), là, presumibilmente, per far capire che non intendeva ancora avviare la missione verso i pagani; in modo simile, anche qui dove si è in una zona a diretto contatto col mondo pagano e, con ogni probabilità, si deve dire che il discorso va inteso, non in senso generale, ma, riferito al caso specifico dell'annuncio della passione. Egli non vuole ancora che la notizia del suo destino di morte e risurrezione sia di dominio pubblico poiché la totalità della gente non è in grado di recepirla correttamente; essa è riservata alla cerchia ristretta dei "suoi discepoli", che pure non comprendono e hanno paura a chiedere spiegazioni.
L’annunzio della passione è il secondo (se ne hanno altri due: cf. il primo in 8,31-9,1; il terzo in 10,32-34): sulla base del tenore delle parole, appare più sintetico, essenziale rispetto agli altri e si ritiene comunemente, forse a ragione, che sia il più antico. La terminologia usata richiama la sorte riservata al “servo del Signore” (cf. Is 53,6.12). Il vangelo presenta la predizione non come semplice comunicazione, ma come insegnamento: "Insegnava...". Questo fatto è di grande importanza, perché fa capire che la vicenda della sua passione-morte-risurrezione non è solo oggetto di conoscenza, ma coinvolge la vita intera, è materia di istruzione da parte sua: non si deve dimenticare che la Sacra Scrittura invita alla costanza-sopportazione, pieni di speranza in vista della vita futura (cf. Rm 5,3-5; 15,4). La forma passiva del verbo, "... viene consegnato", può essere intesa come cosiddetto "passivo teologico" o "divino", usato per evitare, secondo il comandamento, di “nominare il nome di Dio per vanità/senza necessità”; indica che si è davanti, non ad una sorta di "incidente", ma al piano divino; altre volte, per indicare lo stesso concetto, si usa il verbo "deve/bisogna/è necessario" o simile.
L’espressione "Figlio dell'uomo", derivata da Dn 7,13-14, preferita dai vangeli probabilmente perché non inficiata di attese "messianiche", designa in Gesù, nello stesso tempo, il carattere divino e quello umano. La reazione dei discepoli è di incomprensione, come viene detto spesso per affermazioni del Signore, specie nel vangelo di Marco: non sono capaci di entrare nella prospettiva del loro Maestro. In tal modo viene rilevato un atteggiamento comune: quando una cosa esula dai propri schemi mentali, si fatica ad accettarla, la si “rimuove” fino a dimenticarla. Poi il vangelo contiene una nota psicologica: "temevano di interrogarlo": le motivazioni non sono date, ma si possono ricavare facilmente dal contesto rilevando l’onniscienza del narratore.
Dopo inizia una seconda parte, a Cafarnao (prima si era in cammino, attraverso la Galilea); non si può non notare il contrasto tra la serietà drammatica del discorso di Gesù e la meschinità del problema dei discepoli, tant'è che essi si vergognano di dirlo e non rispondono a lui; allora, come si è appena osservato, subentra il narratore a informare, ma il Maestro, a conoscenza del loro parlare, non vuole far cadere la questione. È entrata in scena la "casa" che in Mc è il luogo simbolico dell'istruzione riservata ai discepoli e lui si mette seduto nella posizione tipica per l’insegnamento. La questione del più grande, delle precedenze, era molto sentita presso i Giudei; ma il vangelo afferma chiaramente che la vera grandezza consiste nel porsi al servizio: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti"; il discorso è rivolto immediatamente ai “dodici”, che dovranno assumere il ruolo di capi nella comunità e potranno essere tentati dalla ricerca di una sorta di prestigio, ma vale per il cristiano in quanto tale, suona come un principio di ordine generale: è delineato lo stile di tutti, soprattutto di chi esercita un ruolo nella Chiesa, proprio come lui che è venuto “non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per moltitudini” (10,45). Per dimostrarlo Gesù fa un gesto inaudito: abbraccia un bambino, nel senso di prenderlo fra le braccia; sulla base del termine usato, molti studiosi ritengono che si tratti di un bambino piccolo, di meno di sette anni, anche se non si può insistere molto su questo, perché nel testo del vangelo non si ha più il greco classico e la forma del diminutivo-vezzeggiativo, che si ha qui, può valere anche per il grado positivo. (Si guardi pure l'episodio più ampio di 10,13-16) In quella società il bambino era insignificante, in pratica veniva tollerato come in una tappa necessaria per l'età adulta; dai rabbini era considerato incapace di apprendere la legge, essi non si "confondevano" con bambini e Gesù, invece, non solo abbraccia un bambino, ma si identifica anche con lui, anzi lo equipara a Dio stesso: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; ...” e “colui che mi ha mandato”. È significativo che, mentre i discepoli si preoccupano della grandezza, Gesù presenta come punto di riferimento un bambino, segno della piccolezza e della debolezza; si pensa spesso che la figura del bambino voglia indicare i discepoli o i missionari del vangelo da accogliere nel nome del Signore; comunque si rimanda a uno che non ha peso davanti agli uomini. Questo fatto ha un grande valore teologico: il Regno di Dio è puro dono, non è una risposta a meriti umani.


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