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Una parola per te...

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, 

valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell'oro. 

Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita e ha una storia, 

diventa più bella.  (Kintsugi)

Presentazione del Vangelo della domenica


19 novembre 2017

XXXIII DOMENICA del TEMPO ORDINARIO  

Mt 25,14-30

La famosissima “parabola dei talenti” (il termine vi ricorre tredici volte) illustra un modo concreto di mettere in pratica la raccomandazione fatta subito prima, a conclusione della parabola delle dieci “vergini”: Vegliate...” (Mt 25,13). Nel vangelo, alla lettera il brano comincia: “Come infatti un uomo…”; la particella “infatti” è importante, perché collega il brano attuale con quello precedente, anche se nella versione liturgica non è riportata; in compenso l’espressione: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola”, che nel vangelo non c’è, serve ad inquadrare tutto il discorso e a richiamarne i destinatari, che nel testo biblico vengono specificati solo molto prima (cf.  24,1-2). Una parabola con lo stesso tema si trova anche in Lc (19,11-27), ma con elementi tanto diversi, che, di solito, si ritiene derivi da un’altra tradizione. Nella versione di Mt, riportata dalla liturgia in quest’anno del ciclo A, la scena principale è il rendiconto al ritorno del “signore”. In essa si hanno tre piccoli quadri in riferimento ai tre servi. La scena iniziale, con la distribuzione dei “talenti” da parte dell’uomo che, in procinto di assentarsi per un viaggio, consegna i “suoi beni” ai “servi” e pure la seconda scena, che descrive la reazione diversa dei primi due e del terzo, molto essenziali, hanno lo scopo di preparare quella. Il talento equivaleva a seimila denari; se si calcola che un denaro era la paga giornaliera media di un operaio (cf. Mt 20,1.9.13), quella consegnata ai servi, anche nel terzo caso, è una somma cospicua. Il vangelo precisa che i beni sono dati “secondo le capacità di ciascuno, ma il motivo della diversità tra i singoli individui sfugge ad ogni valutazione umana; i non-credenti parlano, con una buona dose di fatalismo, di un imprecisato “destino”, mentre i credenti attribuiscono il tutto agli insondabili disegni della Provvidenza.

Il viaggio per cui parte il protagonista della parabola rimane del tutto indeterminato, evidentemente perché al vangelo interessa solo segnalare l’assenza dell’uomo per sottolineare il comportamento dei servi. Questo è del tutto antitetico fra i primi due, molto attivi, e il terzo, completamente inetto. La scena della regolazione dei conti, come si notava, è quella su cui cade l’accento di tutto il racconto parabolico e, in questa, si sottolinea la condanna del terzo servo, come indica anche solo la statistica: su undici versetti (escludendo il primo di introduzione generale sette riguardano quest’ultimo. Quello che  all’inizio è presentato come “un uomo” diventa adesso inavvertitamente “kýrios”, che può significare sia “signore, padrone” (come appare nella traduzione liturgica) a livello umano che “Signore” (con la s maiuscola) a livello divino; probabilmente l’ambiguità è voluta dal vangelo, perché senz’altro il rendiconto vuole indicare il giudizio finale, come fa pensare il clima globale di vigilanza, quale si notava, e il particolare che il ritorno avvenga “dopo molto tempo”, per richiamare la lunga attesa della venuta finale di Cristo. I primi due servi, chiamati ogni volta “servo buono e fedele”, sono trattati in modo eguale, a riprova del fatto che ad interessare non è la quantità delle somme guadagnate, ma l’atteggiamento di operosità. Non si precisa in cosa consista la ricompensa; genericamente si parla di “potere su molto”. La “gioia del …kýrios probabilmente non indica un imprecisato stato d’animo del signore terreno, quanto la gioia del convito messianico del Signore celeste e la partecipazione ad essa. Il terzo servo,  qualificato come “malvagio e pigro”, e più avanti anche come “inutile”, viene condannato in modo definitivo, secondo l’espressione tipica di Mt, delle “tenebre” con “pianto e stridore di denti” (cf. 22,13). L’idea del “kýrios” da parte dell’ultimo servo è di tipo, per così dire, commerciale: lo vede come uno da accontentare, con atteggiamento di distacco legalistico, senza nessuna sintonia con lui, senza cercare di mettersi dalla sua parte, quindi senza alcuna iniziativa; ricorda l’atteggiamento degli operai della prima ora (cf. Mt 20,12), del figlio maggiore del padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo (cf. Lc 15,29-30).  Segue la massima che, secondo i procedimenti di Mt (cf. 19,3; 22,14; 23,12) chiude la parabola: “… a chiunque ha verrà dato...”: si ritiene una massima popolare (cf. già 13,12) che inculca la necessità di avere le dovute disposizioni per saper riconoscere e accettare responsabilmente i doni di Dio.

Ecco, è necessario coltivare una relazione personale col Signore con una fedeltà operosa in vista dell’incontro definitivo con lui.


Veglia per la Vita

L'ultimo sabato del mese vegliamo in adorazione 

affinchè ogni vita sia accolta, amata, difesa, servita


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