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31 dicembre 2020

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Presentazione del Vangelo della domenica


I DOMENICA DI AVVENTO 


       Mc 13,33-37



In questa prima Domenica d’Avvento, che segna anche l’inizio del nuovo Anno Liturgico, come guida per la preghiera-meditazione e per il cammino della vita, la chiesa presenta il brano finale del cosiddetto “discorso escatologico” di Mc, il vangelo che più accompagnerà nel ciclo dell’anno B, come si sa, il secondo dei tre cicli annuali, caratterizzati ognuno dall’ascolto di uno dei vangeli sinottici. È interessante notare che nella celebrazione dell’inizio si venga invitati a pensare alla fine: perché è ovvio che, quando uno comincia un viaggio, debba conoscere la meta e tenerne consto per dirigere bene la propria via; analogamente, cominciando l’Avvento, si tiene presente il punto finale che è il definitivo stabilirsi della vita eterna, attraverso la tappa intermedia-anticipo del Natale, in cui si ricorda e si celebra il “Dio con noi”. Del resto, l’Avvento (dal latino “ad-ventus/venuta”) è la commemorazione della sua prima venuta nell’umiltà del presepe a Betlemme e della sua ultima venuta nella gloria alla fine dei tempi, con l’impegno giorno per giorno a farlo venire, vivere in ciascuno nella concretezza dell’attualità (cf. Gal 2,20).
Nella presentazione evangelica di Mc quel discorso è l’ultimo prima della narrazione della passione-morte-risurrezione del Signore. Ci si permette di richiamare una cosa ovvia, dal momento che non si deve dare nulla per scontato: rimane imprescindibile leggere il passo biblico, le note che seguono vogliono essere solo un piccolo aiuto per “ascoltarlo”.
Il tema di fondo del testo liturgico è la vigilanza: tre volte ricorre il verbo “vegliare” (nella traduzione italiana quattro volte, ma la prima ricorrenza traduce un verbo diverso, sinonimo di quello delle altre tre; per rimarcare la differenza anche in italiano si potrebbe rendere “vigilare” o simile); due volte c’è l’imperativo “vegliate”, una volta, nella parabola, il congiuntivo: l’uomo che è partito “ha ordinato al portiere che vegli” (alla lettera). È interessante tener presente il testo originale greco con il verbo “grēgoréō/sono desto, veglio”, che deriva da un forma della coniugazione di “egeírō/sorgo”, verbo usato a volte anche per indicare la risurrezione di Gesù; forse non è da escludere che si debba vedere un qualche nesso tra il vegliare e il risorgere del cristiano nella partecipazione alla vita del Risorto. Spesso in tutta la Sacra Scrittura la notte e il buio sono considerati richiami del regno del male; anche la vita del mondo con tutti i suoi problemi è qualificata come notte, per contro la luminosità indica l’arrivo della salvezza, del “giorno dell’eternità”, dato che durante la notte è facile lasciarsi prendere dal sonno, addormentarsi, sotto il regno del male c’è il pericolo dell’acquiescenza, per cui si hanno diversi inviti nella Scritutra: “… è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è… vicina... La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Rm 13,11-12). “Ma voi, fratelli non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.” (I Tess 5,4-6). “Sorgi, dormiente… e illuminerà te il Cristo” (Ef 5,14). Questo si realizza fondamentalmente quando il Signore viene ad abitare in mezzo agli uomini; lo si ripeterà a Natale: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; ...” (Is 9,1; cf. Mt 4,16). L’idea che la comunità cristiana deve vegliare è legata alla notte: i cristiani devono vigilare in mezzo alla notte, alle tenebre che li circondano e questo atteggiamento è in riferimento al ritorno di Cristo, alla rivelazione della salvezza totale, al “giorno”. Lo si vive in particolare, come segnalato sopra, nel tempo di Avvento.
Nel vangelo, quando si descrive l’incertezza del tempo del ritorno del “padrone di casa”, si riporta la divisione romana della notte (presso gli Ebrei si divideva la notte in tre parti). È molto inverosimile che uno viaggi di notte con tutti i pericoli in agguato nelle strade di allora; gli è che l’autore della parabola pensa più che al ritorno del “signore della casa” (alla lettera), al ritorno glorioso del Signore; a questo potrebbe già indirizzare il termine “kýrios/signore” (con cui in greco viene tradotto il nome di Dio nell’Antico Testamento), anche se specificato da “della casa”; in ogni modo, da tutto il contesto si deve ritenere certo questo rimando.
Per ben due volte nel breve testo evangelico si afferma la completa ignoranza del momento del ritorno di Cristo; prima nella realtà: “… non sapete quando è il momento” (va notato che qui, subito all’inizio, ricorre il termine “kairós” che, in riferimento a tempo, indica un momento specifico, propizio, che, sulla base del contesto precedente, risulta alludere al tempo della salvezza definitiva, che si ignora), poi nella parabola: “… non sapete quando il signore della casa ritornerà” (ora si ha solo l’avverbio “quando”). Il pericolo nell’incertezza del momento e del ritardo è quello di “addormentarsi”; è un “sonno” metaforico che significa dimenticare e trascurare il fatto della sua venuta (cf. anche Mt 25,5). Da quel pericolo il vangelo mette in guardia: “… fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”; è proprio, invece, quanto avviene ai discepoli al Getsemani (cf. 14,32-42); anche lì il Signore rinnova l’invito a “vegliare”, proprio col nostro stesso verbo (cf. 14,38). Deve essere una “veglia” non inerte e passiva, tipo in una sala d’aspetto di un professionista, ma attiva ed operosa, impegnata a fondo nella vita presente, sempre rivolta a quella futura: l’uomo che parte dà “il potere ai servi, a ognuno il suo compito”


Veglia per la Vita

L'ultimo sabato del mese vegliamo in adorazione 

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