Carmelo Santa Maria della Vita

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IV DOMENICA del TEMPO PASQUA

8 maggio 2022 

Gv 10,27-30

Per mettersi correttamente in ascolto del brano evangelico che la Chiesa, attraverso la liturgia, presenta oggi quale guida, come nel caso di qualsiasi scritto, è utile tener conto del contesto globale o almeno di quello immediato: 10,1-6 (similitudine della "porta"); 10,7-18 ("porta" e "buon pastore" - alla lettera "bel ...", nel senso classico che porta a ritenere anche buono ciò che è bello, secondo quanto intende già la LXX); 10,19-21 (intervento del narratore); 10,22-31 (di cui fa parte il brano liturgico: Gesù come Messia); 10,32-39 (controversia con i Giudei su Gesù Figlio di Dio); 10,40-42 (sommario conclusivo: Gesù ritorna oltre il Giordano e molti credono in lui, ricordando la testimonianza di Giovanni Battista).
Storicamente 10,22-39, la controversia fra Gesù e i Giudei sulla natura messianica del Signore, richiama il processo davanti al sinedrio, soprattutto com'è descritto in Lc 22,66-71.
Il testo della liturgia con l'immagine biblica famosa del pastore che si prende cura delle sue pecore, alquanto efficace allora perché, come un po’ in tutti i paesi del Vicino Oriente antico, c’erano molte greggi (la metafora, quindi, è legata alla realtà della vita quotidiana, ma direttamente si può ritenere derivante dall'AT e dalla letteratura giudaica che dipende da esso), limita l'attenzione sul rapporto fra Gesù e i cristiani, anche se egli rimane per tutti, come fa capire il v.16 ove si dice che lui ha “...altre pecore che non provengono da questo recinto...”; con l'immagine del "recinto" dovrebbe essere indicato il popolo giudaico da cui il Signore spinge a uscire per poi mettersi alla testa di chi lo segue - cf. vv.3-4, come fanno ancora oggi i pastori in Palestina, camminando davanti alle pecore; anche qui nel v.16 si parla di "gregge": sciogliendo la metafora, si pensa ad un insieme di persone: decisivo è il rapporto personale col "solo/unico pastore", non più il luogo chiuso del "recinto/ovile" dell'appartenenza etnica (è interessante rilevare che il verbo usato per "spingere fuori" spesso nell'AT è legato all'esodo dall'Egitto; allora qui si potrebbe vedere un rifermento a quella famosa tradizione: come il popolo ebraico fu liberato dall'oppressione egiziana, così il popolo cristiano dev'essere liberato dalla schiavitù opprimente del Giudaismo). Si noti il grande contrasto rispetto ai Giudei di cui si parlava subito prima e che non credono perché non lo seguono docili come le sue “pecore”. "Ascoltare" la voce del "pastore" riprende il v.3 e indica già il passaggio dall’immagine alla realtà; è ben più del semplice udire: è l'atteggiamento fondamentale del credente di fronte al Signore (cf. Gv 5,24-25; 8,47; 18,37); a questo proposito è importante porre attenzione ad un dettaglio: sia qui che nel v.3 il verbo "akoyō" è costruito con il genitivo e questa costruzione in Gv implica una qualche partecipazione attiva, mentre, quando si vuole indicare la semplice percezione sensibile, come nel caso dei Giudei, si ha l'accusativo (cf. 18,20). L'oggetto dell'ascolto, la "voce", col verbo relativo in riferimento a Gesù significa voce di rivelazione, la verità portata da lui. Da parte sua il Signore è in unità profonda di amore con i suoi, li "conosce": ha con loro un rapporto personale, nessuno è anonimo per lui.
A tre affermazioni sulle pecore fanno seguito altrettante dichiarazioni sul pastore: le "pecore" ascoltano la voce del Cristo - egli le conosce; lo seguono - egli dona loro la vita eterna; non periranno mai - egli le tiene tanto forte che nessuno le strapperà dalla sua mano.
Con l'ascoltare già si mostra fiducia nella Parola, ma poi, come si è visto, si passa all'azione, alla sequela. E l'affidarsi totale a lui porta alla salvezza, a passare dalla morte alla vita, a possedere fin da ora, al presente, la "vita eterna" che avrà il suo coronamento alla fine dei tempi (cf. 6,68; 5,24) (cf. “escatologia realizzata” di Gv).
Le due negazioni che seguono ("Non andranno perdute... nessuno le strapperà dalla mia mano") equivalgono a due affermazioni: si ribadisce il dono della vita eterna e si garantisce l'assoluta sicurezza del gregge nelle mani di Gesù. Egli ha avuto il compito di non perdere nulla di quanto gli è stato dato (cf. 6,39) e lo ha assolto pienamente (cf. 17,12). La sicurezza incrollabile ed assoluta dei suoi quando sono col loro "pastore" è garantita dall'identificazione di questi col Padre stesso, che in alcuni manoscritti è detto, "più grande di tutti". Questa è la fonte inoppugnabile della profonda serenità dei cristiani: la sicurezza che possiede il credente si basa sull’amore invincibile di Dio e sull’efficacia infinita della redenzione di Cristo (cf. Rm 8,31-39).
Va notato ancora che l’immagine biblica delle "pecore" per indicare i seguaci di Gesù suggerisce un atteggiamento di umile dipendenza e un senso di grande debolezza, compensata però dal "pastore", che non spadroneggia sul gregge (cf. I Pt 5,3) (la vecchia traduzione a cura della CEI pare più bella ed efficace della nuova), ma dà la sua vita per le moltitudini (cf. Mt 20,28).
Da ultimo in modo solenne ed incisivo, si afferma l'assoluta unità tra il Padre e il Figlio. Va rimarcato che si dice non una persona, ma “una cosa sola”, “uno” (neutro). Di per sé non si considera l’aspetto metafisico, ma, da tutto il contesto risulta che viene sottolineata l’unità del volere e dell’agire (sulla stessa linea di 5,19-20; 8,16; 10,15; 12,44-45.49-50), ma è evidente che questa si basa sull’unità di natura; non la si può ridurre a unione meramente personale o morale (una sorta di accordo), quindi si deve vedere, almeno implicitamente, affermato anche il valore metafisico.

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