Carmelo Santa Maria della Vita

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II DOMENICA DI QUARESIMA 

28 FEbbraio 2021

     Mc 9,2-10



Il fatto della trasfigurazione rimane alquanto misterioso, ma il significato è molto chiaro: Gesù aveva annunciato la sua passione e morte; ora fa vedere che non si tratta di una sorta di incidente di percorso, ma che egli è Dio e ama “sino in fondo” (cf. Gv 13,1; 15,13). La narrazione relativa richiama i racconti delle apparizioni di Gesù risorto. Per questo si ritiene spesso che si descriva la realtà di Gesù dopo la Pasqua con un racconto messo dal vangelo durante la vita pubblica per motivi “catechistici” e dimostrare la sua divinità. Non è possibile provare che sia così, ma lo si può accettare come verosimile. L’episodio è riportato da tutti e tre i vangeli sinottici, Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-38, in un momento cruciale del ministero di Gesù. Anche il vangelo di Giovanni, che pure non lo presenta in modo specifico, ne descrive il significato profondo, per esempio, quando parla della gloria del Figlio (cf. Gv 12,27-28). Si tenga presente pure II Pt 1,16-18, dove l’autore richiama quel fatto.
Il brano evangelico della liturgia odierna è ben delimitato dalla salita e discesa dal monte (cf.vv.2.9) (il v.10 contiene un’osservazione dell’evangelista in continuità col v.9): all’inizio si ha una chiara cesura con quanto precede (C’è anche chi la vede nel v.1 di cui il racconto della trasfigurazione sarebbe un’applicazione concreta: negli apostoli che assistono alla scena si avrebbe l’adempimento della promessa che alcuni non sarebbero morti senza vedere il regno di Dio), segnalata anche letterariamente (“Dopo sei giorni”; nel versetto che segue, il v.11, c’è la semplice congiunzione “kaí/e”, ma cambiano scena e discorso). La nota “Sei giorni dopo” (Nel testo liturgico non è riportata, sostituita dal solito “In quel tempo”) è l’unica indicazione cronologica di Mc fuori dalla storia della passione, ma non viene indicato il punto di partenza, per cui non si può precisare, anche se, di solito si pensa che esso sia la cosiddetta “confessione di Cesarea”, quando Pietro “confessa”, dichiara Gesù “Messia-Cristo” (cf. 8,27-29). Qualcuno ritiene anche che con quella notazione si voglia indicare qualcosa di divino con riferimento allo stesso periodo di tempo in cui la nube coprì il monte dove appariva la gloria di Dio (cf. Es 24,16).
I tre personaggi scelti da Gesù per assistere direttamente alla sua trasfigurazione appaiono altre volte nel ruolo di privilegiati, senza che mai venga specificata la motivazione per tale preferenza; pare che non ci sia spiegazione a livello umano e bisogni riconoscere di essere davanti ai disegni insondabili di Dio; come, ad esempio, per l’elezione dei dodici apostoli: perché proprio quelli?
L’“alto monte”, non meglio specificato, si deve ritenere che richiami il contatto fra Dio e l’uomo, secondo l’immaginario collettivo, anche antico, per cui si ritiene che un luogo alto indichi la dimora della Divinità. Dalla tradizione, risalente all’inizio del III sec., esso viene identificato solitamente col Tabor, che è una collina di meno di 600 metri, ma può essere chiamato “monte”, perché si staglia isolato sulla pianura e dà l’impressione di essere molto alto (cf. Sl 89(88),13; Gr 46,18).
Lì si “trasfigura”; viene usato un verbo già conosciuto nell’ambiente perché richiama le “metamorfosi”, i cambiamenti magici della mitologia classica (non è necessario intendere la forma passiva come “passivo teologico”). Il vangelo per descrivere questo nota in particolare che “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime”, riferendosi al bianco come colore degli esseri celesti (cf. Mc 16,5; At 1,10; Ap 1,13; 3,4-5; 4,4; 7,9) e all’abbigliamento dei risorti secondo testi giudaici. Il confronto con il lavandaio, di sapore popolaresco, è conforme allo stile di Mc.
Mosè ed Elia, senza pretendere di specificare troppo e senza insistere più di tanto sull’interpretazione classica che li vede quali rappresentanti di Legge e Profeti, vengono considerati quale insigne richiamo dell’antica alleanza, e trattano Gesù come partecipe delle loro condizione divina (conversano con lui), così confermano gli apostoli sulla realtà del loro Maestro, in pratica riconoscono in lui il Messia e, sulla base della teologia globale dei vangeli, si può dire che gli cedono il posto.
L’intervento di Pietro (nel contesto a nome di tutti) con una proposta irrazionale dovuta a timore reverenziale di fronte al Divino o a paura, che, a detta del vangelo, sarebbe la reazione normale davanti ad esso, esprime probabilmente il desiderio di prolungare in maniera illimitata la felicità che prova nel contemplare il Maestro nella gloria.
La “nube” ancora indica che Gesù è nella realtà divina; infatti essa nella Bibbia è nominata come segno della presenza di Dio (cf. la “tenda del convegno” e il tempio). La “voce” da essa, che ripete quella in occasione del battesimo (cf. 1,11) presenta Gesù come plenipotenziario del Padre, e, in quanto tale, da ascoltare.
Scendendo dal monte e ritornando alla vita consueta Gesù ribadisce la consegna del silenzio apparteneva al disegno del cosiddetto “segreto messianico”, che vuole impedire false attese finché tutto sia illuminato dalla luce della Pasqua (cf. Mt 17,9). Da ultimo si nota la perplessità degli apostoli circa il “risorgere dai morti”: non deve riguardare tanto la risurrezione in quanto tale, che era pacificamente ammessa, tranne che dai sadducei (cf. 12,18), anche se esulava del tutto dalla propria esperienza, quanto perché questo implicava la morte del Messia, e l’idea per loro era scandalosa (cf. I Cor 1,23).



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