Carmelo Santa Maria della Vita

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XII Domenica del Tempo Ordinario

20 giugno 2021


Mc 4,35-41

Il brano del vangelo offerto dalla liturgia oggi è il seguito immediato di quello di domenica scorsa. Nella presentazione schematica di Mc alla serie delle tre parabole di 4,1-24 (domenica scorsa c'erano le ultime due) segue una serie di quattro miracoli in 4,35-5,48 (la tempesta sedata 4,35-41: il racconto di oggi; la liberazione dell’indemoniato geraseno 5,1-20; la guarigione dell’emorroissa 5,23-34; la risurrezione della figlia di Giairo 5,21-24.35-43); così Gesù si manifesta come maestro e taumaturgo, “profeta potente in opera e parola...”, come si esprime uno dei discepoli di Emmaus (Lc 24,19). Qualcuno parla di una sorta di dittico, corroborato dal fatto che, sia nella parte didattica che in quella operativa c’è un richiamo prima alla comprensione, poi alla fede (cf. vv.13 e 40); comunque, anche se il suo insegnamento rimane fondamentale e prioritario per dare un orientamento alle folle che sono sbandate “come pecore non aventi pastore” (6,34: dei paralleli solo qui si presenta l’insegnamento come risposta ai bisogni), esso è sempre accompagnato da atti concreti a favore della gente (anche il miracolo descritto oggi non serve solo a manifestare il suo dominio sulla natura, ma offre pure una prospettiva agli uomini della barca terrorizzati, in balia delle onde). Il problema di fondo di oggi è quello dell'identità circa la persona e la missione del Signore: "Chi è ... costui...?". Questo tipo di domanda o di problema riaffiora più volte lungo il vangelo (cf. 1,27; 6,2-3.14-16); decisiva non sarà neanche la professione di fede da parte di Pietro, resa a nome del collegio apostolico (cf. 8,28), bisognerà aspettare la fine del percorso narrativo con l’annuncio della risurrezione (cf. 16,6-7). Storicamente risulta da altre fonti che non basterà ancora (cf. Mt 28,17 ), finché non arriverà la trasformazione radicale della Pentecoste. Ritornando al racconto oggetto della presente indagine, si deve rilevare che solo Dio può dominare le forze della natura; già nel famoso racconto della creazione è lui a formare il mare e a porgli confini (cf. Gn 1,9-10; Gb 38,8-11; ...). In particolare nella Scrittura c'è una descrizione molto efficace della tempesta in mare con conseguente spavento e salvezza per intervento divino (cf. Sl 107[106],23-32). Propriamente nel vangelo si tratta di un lago, ma si sa che il "Lago di Genezareth" veniva chiamato anche "Mare di Galilea", poi va osservato che nell'ebraico-aramaico c'era un termine unico per designare qualsiasi superficie d’acqua di una certa consistenza (anche un fiume), e che nel testo c’è il termine tradotto abitualmente "mare". In ogni caso, questo veniva visto come pericoloso, ostile all'uomo; nel racconto attuale è presentato come una potenza personale demoniaca, riceve un esorcismo come il demone dello “spirito impuro” (cf. 1,25): viene “rimproverato” e riceve l’intimazione a “stare zitto”. Nei due testi il primo verbo è perfettamente identico, “epitimáō/redarguisco, rimprovero, minaccio, ordino”, mentre il secondo è sinonimo, qui si trova “fimóō/metto la museruola per impedire di mangiare], traslato: riduco al silenzio.
L’intero racconto si può vedere organizzato secondo le tappe seguenti: introduzione con riferimento cronologico e impostazione della scena: una veemente e pericolosissima tempesta di vento (vv.35-37), ricorso allarmato a Gesù (v.38), suo intervento risolutore (v.39), richiamo per la mancanza di fede (v.40), reazione di sorpresa e perplessità da parte dei presenti (v.41).
La duplice indicazione cronologica si incontra spesso nel secondo vangelo, ma, mentre la prima
è solo qui, il riferimento alla sera è abbastanza frequente (cf. 1,32; 14,17; 15,42; ...); praticamente sempre è usato in senso proprio, quindi si deve ritenere poco probabile che qui abbia valore simbolico, come pure ritiene qualche studioso, ma rimane sintomatico che le potenze del male, dette anche “delle tenebre” si scatenino proprio nel buio.
Nella traduzione viene esplicato, eliminando ogni difficoltà, ma nel testo c’è il pronome “ad essi”, che nel v.10 si riferisce ai discepoli e nei vv.33-34 alla folla, a ennesima riprova dell’approssimazione grammaticale-sintattica di Mc (il senso deve ricavarsi dal contesto e dal tenore del discorso): qui il pronome viene applicato ai discepoli, poiché la folla ne è distinta (cf. v.36).
Attraversare alla “riva” vuol dire andare in territorio pagano, dove sarà ambientato l’episodio seguente (cf, 5,1-20); non è indicata la motivazione della traversata, ma di fatto Gesù manifesta interessamento anche verso quella gente. Poi viene espresso il ritorno sulla riva occidentale del lago (cf. 5,21).
Difficilmente, anche ammettendo la dimensione folkloristica, abituale nei racconti di miracolo ad opera di Mc, il particolare che Gesù in mezzo a tutto il trambusto dorma può essere inteso in senso descrittivo, cronachistico, perché, in pratica, era impossibile dormire in barca durante una tempesta, se si pensa che allora si disponeva non di un moderno bastimento, ma di una barchetta che sentiva tutte le onde e le tempeste in quel lago ancora oggi sono molto violente e mettono paura: esso si trova a oltre 200 m. sotto il livello del mare, con cime non lontane. Il dettaglio ha piuttosto valore simbolico-teologico; richiama l'analoga situazione del racconto di Giona (cf. Gio 1,4-16): indica estraneità e i discepoli richiamano il Maestro senza troppi complimenti, ma, dopo il miracolo, sarà lui, Gesù, a rimproverarli per la mancanza di fede (cf. anche 16,14): dal momento che c'è lui, non esiste burrasca che possa costituire un pericolo decisivo, insormontabile. E il vangelo nota che essi “temettero di timore grande”: rimangono perplessi sul suo essere, ma capiscono di essere davanti a qualcosa di Divino.










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