Carmelo Santa Maria della Vita

Un Monastero che prega per l'accoglienza e il rispetto di ogni Vita umana

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Veglia per la Vita 

30 settembre 2017

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Vangelo di domenica

Presentazione

del Vangelo della domenica


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Una parola per te...

L'aborto è il più grande distruttore della Pace perchè, 

se una madre può uccidere il suo stesso figlio, 

che cosa impedisce che io uccida te e tu uccida me? 

(santa Madre Teersa di Calcutta)

Veglia per la vita


Pregheremo la prossima Veglia per la Vita 

il 30 settembre 2017

dalle ore 21.00


Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell'oceano.

Ma se questa goccia non ci fosse, all'oceano mancherebbe

«Campioni

nella Vita»

 

 

                   Ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto

 

Testi liberamenti tratti da: Campioni nella Vita.

Straordinarie storie di sport e uomini veri.

«Inutile parlare di educazione, di speranza nelle generazioni future

se non si mettono a disposizione dei ragazzi “eroi positivi”»

 

 


Esposizione del

Santissimo Sacramento

 

Misericordias Domini

in aeternum cantabo

 

Adorazione silenziosa

 

 

La lealtà  di Gino Bartali

 

Beato l’uomo che retto procede e non entra a consiglio con gli empi e non va per la via dei peccatori, nel convegno dei tristi non siede

Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte.

Beato l’uomo…

Sarà come albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo tempo

e le sue foglie non cadranno mai;

riusciranno tutte le sue opere.

Beato l’uomo…

Non così, non così gli empi:

ma come pula che il vento disperde;

perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell'assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.

Beato l’uomo

 

Gino Bartali è conosciuto soprattutto per la sua carriera da ciclista professionista sviluppatasi dal 1934 al 1954, anni nei quali vinse tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948), oltre a numerose altre corse.
Il rapporto stretto e leale con Fausto Coppi, con il quale accese anche epici duelli sportivi che divisero l’Italia nell’immediato dopoguerra, sono entrati prima nella storia e poi nella leggenda del ciclismo internazionale. 

Nonostante la sua carriera sportiva fu notevolmente condizionata dalla seconda guerra mondiale, sopraggiunta proprio nei suoi anni migliori, Ginettaccio dimostra il suo straordinario valore umano proprio nel terribile conflitto.

Seppure ci si riferisce a circostanze di cui lui stesso non amava parlare, risulta che Bartali, fra il settembre 1943 e il giugno 1944 si sia adoperato in favore dei rifugiati ebrei a sostegno di una rete di laici e religiosi tesa alla difesa della vita.

Risultano numerosi i viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino ad Assisi, per trasportare documenti e fototessere nascosti nel telaio, affinché una stamperia segreta potesse produrre atti necessari alla fuga di ebrei rifugiati.
Questa attività di straordinaria carità cristiana ha messo più volte a rischio la sua incolumità e la sua libertà facendo di lui un eroe che muoveva i suoi gesti da incredibile spontaneità e senso del dovere.

Il 25 aprile 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha consegnato alla moglie, la Signora Adriana, la medaglia d’oro al valor civile per aver aiutato e salvato circa 800 ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il 2 ottobre 2011, inoltre, Bartali è stato inserito tra i Giusti dell’Olocausto nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova per l’aiuto offerto agli ebrei durante la seconda guerra mondiale. 
Da ricordare la sua vittoria al Tour de France 1948 che, a detta di molti storici, contribuì ad allentare il clima di tensione in Italia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti.
Bartali aveva una intima religiosità, sviluppata dall’adesione giovanile ad Azione Cattolica e quella successiva ai terziari carmelitani, che lo ha portato a compiere numerose azioni di solidarietà interpretando con la vita il Vangelo.

Sono numerosi i documenti fotografici che testimoniano gli incontri pubblici di Gino Bartali con i Papi Pio XII, a Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e con Luigi Gedda Presidente di AC prima e del CSI poi.
Bartali non amava che venisse alla luce il suo eccezionale lato umano «certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca» ripeteva spesso al figlio che ha reso noti numerosi aspetti della vita del grande atleta toscano solo dopo alcuni anni dalla sua morte
.

 

Adorazione silenziosa

 

Il rispetto

di Cesare Parandelli

 

Ti ho amato d'amore eterno

ti ho chiamato per nome.

Tu mi appartieni da sempre

sei prezioso ai miei occhi.

Signore tu mi scruti e mi conosci

e sai quando siedo e quando mi alzo,

scruti da lontano i miei pensieri

quando cammino e riposo.

Ti sono note tutte le mie vie

le mie parole le conosci tutte

poni su di me la tua mano

stupenda per me la tua saggezza.

 

Sei tu che mi hai creato nell'amore,

tessuto nel seno di mia madre,

tu solo mi conosci fino in fondo,

sono un prodigio ai tuoi occhi.

Il tuo sguardo non mi abbandona,

la tua mano guida i miei passi,

nemmeno la notte mi nasconde

dalla tua presenza infinita.

 

 

Dal campetto di un oratorio di provincia alla panchina della nazionale italiana: un passaggio non immediato ma fatto di una lunga militanza nelle giovanili della Cremonese, dell’esordio in serie A con l’Atalanta per poi passare alla Juventus.
Nei sei anni in bianconero, in mezzo a grandissimi campioni, Cesare Prandelli ha dato il suo prezioso apporto nei tre scudetti, nei successi in Coppa Italia, Coppa delle Coppe, Supercoppa Europea e Coppa dei Campioni.

Da calciatore ha mostrato sempre particolari doti umane risultando sempre fra i più positivi.

Stima diffusa per l’umile e saggio Cesare calciatore, apprezzamenti universali per Prandelli allenatore.

La vita di Cesare Prandelli ha visto momenti drammatici legati alla lunga malattia e alla morte dell’amata moglie Manuela, madre dei suoi figli. Il 26 agosto del 2004 si dimette improvvisamente dall’incarico di allenatore della Roma, per stare vicino alla consorte gravemente malata. Lo choc per la decisione risveglia le coscienze degli sportivi e riporta lo sport a una dimensione umana. Atto dovuto per un marito animato da un amore d’altri tempi, gesto apprezzabile perché avvenuto in un mondo, quello del calcio professionistico italiano, che spesso evidenzia isterismi che di umano non hanno nulla. 

Oggi esiste un asilo, a Zanzibar, che porta proprio il nome di Manuela Caffi dove tanti bimbi vengono aiutati grazie ai fondi donati, sempre sottovoce, dall’allenatore bresciano.

La consapevolezza del ruolo lo hanno sempre spinto al rispetto dell’avversario e, nel suo impegno di allenatore ha sempre cercato di trasmettere i principi valoriali. Tensione, questa, che ha avuto particolare risonanza una volta approdato a Coverciano per quello che i giornalisti non hanno esitato a definire “codice etico”.

Eccezionale e fortemente voluta da Prandelli la presenza della Nazionale Italiana sul campo di Rizziconi costruito su terreni confiscati alla ‘ndrangheta, evento che ha preceduto di qualche mese la buona prova della spedizione italiana agli Europei di Polonia-Ucraina durante la quale gli azzurri hanno visitato il campo di concentramento di Auschwitz per capire e rinnovare la memoria dei tragici fatti di cui è stato teatro il lager nazista.

Nel settembre del 2012, nell’ambito dell’incontro con Malta valevole per le qualificazioni mondiali, la Nazionale italiana guidata da Cesare Prandelli ha portato un sorriso ai bambini dell’Emilia colpita dal sisma.

Cesare non è un eroe, è uno sportivo che ha compreso la responsabilità di essere un riferimento per tante persone, soprattutto giovani. E’ presenza catalizzatrice nel far riprendere a tutto il mondo del pallone il tema della cultura calcistica, della sua forte responsabilità educativa.

 

Adorazione silenziosa

 

 

L’altruismo di Ayrton Senna

 

Dio fammi strumento della Tua pace:

dove c’è l’odio portare l’amore,

dove c’è offesa donare il perdono,

dove c’è il dubbio infondere fede;

ai disperati ridare speranza,

dove c’è il buio far splendere il sole,

dove è tristezza infondere gioia,

donare gioia e tanto amore,

gioia ed amore, gioia ed amore.

 

Dio fammi strumento

della Tua bontà:

dammi la forza

di consolare i cuori.

Non voglio avere ma solo donare,

capire e amare i miei fratelli.

Solo se diamo riceveremo,

se perdoniamo avremo il perdono,

solo morendo rinasceremo,

rinasceremo, rinasceremo,

rinasceremo, rinasceremo!

 

 

Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota...”cantava Lucio Dalla nella canzone dedicata ad Ayrton Senna da Silva, pilota automobilistico brasiliano, tre volte Campione del mondo di Formula 1 nel 1988, 1990 e 1991, colui che ha ottenuto più pole position in rapporto ai Gran Premi disputati, terzo pilota nella storia della Formula 1 per numero di vittorie (41) dietro a Michael Schumacher (91) ed Alain Prost (51).
In Formula 1 per 10 stagioni, dal 1984 passando dalle Scuderie Toleman, Lotus, McLaren, Williams ha disputato 162 GP raggiungendo per ben 89 volte il podio con 614 punti ottenuti e 65 pole position.

Ayrton morì in seguito a un incidente nel Gran Premio di San Marino 1994, nel più tragico Gran Premio di Formula 1 di tutti i tempi. Nelle prove libere del venerdì si verificò un incidente, pur senza conseguenze a Rubens Barrichello, il sabato successivo, alla curva Villeneuve, un’uscita di strada si rivelò mortale per il giovane pilota austriaco Roland Ratzenberger, mentre nella partenza del GP uno scontro tra JJ Lehto e Pedro Lamy portò al ferimento di alcuni spettatori con l’uscita della safety car. Al settimo giro, Senna uscì di pista ad altissima velocità alla curva del Tamburello, a causa del cedimento del piantone dello sterzo.

E' considerato uno dei piloti di Formula 1 più forti di tutti i tempi , si è dimostrato un campione assoluto in condizioni da asciutto, ma anche e soprattutto sul bagnato, riuscendo spesso in imprese entusiasmanti. Coniugava la capacità di portare al limite la propria monoposto con una grande sensibilità nella messa a punto e nella scelta dei pneumatici.
All’essere campione in pista Ayrton abbinava egregiamente l’essere Campione nella vita ma la sua grande opera di carità fu resa nota solamente dopo la sua morte ed in particolare la sorella, nel voler proseguire i concreti gesti di solidarietà, ha svelato le donazioni che il pilota tenne sempre nascoste mentre era in vita. Nel testamento del campione brasiliano, grosse somme furono destinate a opere di beneficenza. Tale generosità rivive nella Fondazione Ayrton Senna, un ente senza scopo di lucro, creato nel 1994 proprio da Viviane Senna, che dà la possibilità ai ragazzi brasiliani meno abbienti di studiare e di sviluppare le loro abilità e talenti.

 

Adorazione silenziosa

 

 

L’impegno di Alex Zanardi

 

Ogni uomo semplice,

porta in cuore un sogno

con amore ed umiltà potrà costruirlo.

Se con fede tu saprai

vivere umilmente,

più felice tu sarai anche senza niente.

Se vorrai ogni giorno,

con il tuo sudore,

una pietra dopo

l’altra alto arriverai.

Nella vita semplice

troverai la strada,

che la calma donerà

al tuo cuore puro.

E le gioie semplici sono le più belle

sono quelle che alla fine

sono le più grandi.

Dai e dai ogni giorno

con il tuo sudore,

una pietra dopo l’altra

alto arriverai.

 

 

Nel ripercorrere la storia di Alex Zanardi molto spesso ci si ritrova a pensare che qualcosa di soprannaturale sia accaduto da quel terribile 15 settembre 2001 ad oggi. Quasi che la storia di Alex dovesse diventare la testimonianza vivente che, con l’impegno, tutti possono rinascere a vita nuova. Una resurrezione, quasi un miracolo percepito da chi quel giorno, da tutti i telegiornali, ascoltò la notizia e prese visione delle terribili immagini dell’impatto con la vettura del pilota Tagliani che provocarono ad Alex la perdita degli arti inferiori. Si può definire un miracolo la sopravvivenza dopo una così profusa emorragia, in seguito a oltre venti giorni di coma farmacologico.

“La scienza ancora oggi si rifiuta di credere che io, dopo essere stato in quelle condizioni, sia ancora vivo.” Racconta Alex riportando lo scetticismo del dott. Steve Olvey che per primo lo soccorse sull’asfalto.
Il padre gli comprò un gokart perché voleva toglierlo dalla “strada”, per tenerlo lontano dai rischi. Nonostante pochi anni prima avesse perso una sorella in un incidente stradale questa scelta fu condivisa e portata avanti con determinazione dalla sua famiglia. “Se ho fatto qualcosa di buono nella vita lo devo ai miei genitori che mi sono stati vicini” afferma Alex in una recente intervista. Aveva raggiunto il vertice dell’automobilismo approdando in Formula 1 nelle scuderie Jordan, Minardi, Lotus e Williams. Il “grande circo” gli aveva dato quella notorietà e quell’apprezzamento che, in seguito all’incidente, tenne col fiato sospeso molti sportivi.
Alex, che sulla pista tedesca ricevette il sacramento dell’estrema unzione, riprese in mano la sua vita: “Credo che ognuno, dal momento che viene al mondo, ha una straordinaria opportunità, la vita stessa” afferma il pilota bolognese.

La sua storia diventa ben presto un racconto eroico perché nel 2003 Alex riesce a mettersi nell’abitacolo della sua monoposto e percorre i 13 giri mancanti della sua corsa di Lausitz, raggiungendo un traguardo storico che ha sconvolto, nella sua bellezza, gli animi di appassionati e non.
“Non è scritto da nessuna parte che se una cosa non è stata mai fatta prima non possa tu stesso riuscire a farla” afferma ed allora, in tema di imprese, il pilota bolognese torna a gareggiare e vincere nei campionati Turismo e Superturismo a bordo di una vettura BMW.
Da alcuni anni pratica la disciplina dell’handbike, particolare tipo di bicicletta spinta dalle braccia dell’atleta. L’ex pilota di Formula Uno ha stravinto la Maratona di Roma del 18 marzo 2012 polverizzando la miglior prestazione sul tracciato, ottenendo un clamoroso tempo che gli è valso anche una qualificazione per le Paralimpiadi di Londra.

In fondo la vita dell’uomo è piena di sfide, e il campione incarna il ruolo del guerriero capace di condizionare gli eventi. A Londra, dopo 21 anni, Alex si è ritrovato sulla pista di Brands Hatch che lo aveva visto pilota automobilistico e, al suo esordio paralimpico, ha stravinto nei 16 km della cronometro ripetendosi, dopo una avvincente volata, nella prova individuale sulla distanza di 64 km e conquistando una memorabile terza medaglia, questa volta d’argento, nella staffetta mista corsa con Francesca Fenocchio e Vittorio Podestà.
La sua carriera sportiva, anche prima dell’incidente, è già il copione di una vita in salita. Lui, come molti altri, si è trovato a combattere le sfide contro i luoghi comuni e barriere mentali. Le sta vincendo una ad una con la passione, quella per lo sport e quella per la vita.


    Adorazione silenziosa

 

 

La solidarietà di Gebre

 

Ubi caritas et amor

Ubi caritas Deus ibi est

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

Ubi caritas et amor

Ubi caritas Deus ibi est

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

Ubi caritas et amor

Ubi caritas Deus ibi est

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

Ubi caritas et amor

Ubi caritas Deus ibi est

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,  non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Ubi caritas et amor

Ubi caritas Deus ibi est

 

La corsa è metafora della vita, è la ricerca continua del traguardo, è l’azione che si compie per allontanarsi da qualcosa che non vogliamo, è il viaggio che si fa per scoprire il mondo rimanendo da soli con se stessi, per conoscersi, per capirsi. La corsa è un gesto elementare, è uno sport che si fa anche senza mezzi tecnici, senza strumenti.

E senza strumenti e anche senza scarpe ha corso e raggiunto il suo primo risultato sportivo Haile Gebrselassie il primatista mondiale nella disciplina della maratona.

Gebre è vincitore di due medaglie d’oro nei 10000 metri piani alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Sydney 2000.

È attualmente primatista mondiale dei 20.000 metri piani e dei 30 km (su strada). Detiene inoltre il record dell’ora, stabilito nel 2007 ad Ostrava (Repubblica Ceca). Finora ha stabilito 26 record mondiali e vinto 4 campionati del mondo, oltre ai già citati 2 ori olimpici. È considerato uno dei più grandi fondisti della storia e a 39 anni è ancora nel pieno dell’attività agonistica.

Una delle caratteristiche tecniche del campione etiope è la posizione delle mani, con la sinistra tenuta sempre in basso durante la corsa. Una postura, che per sua ammissione deriva dalla corsa di 10 km che, da bambino, compiva per raggiungere la scuola dal povero villaggio contadino di Arssi.

Gebre è l’emblema di un’Africa che risorge, di tanti africani, che dall’incontro con lo sport emergono dalle condizioni di povertà e diventano riferimenti positivi per l’intero continente, testimoni di una rivincita possibile attraverso l’impegno e il sacrificio.

Questo campione, annovera decine di esaltanti vittorie ottenute in tutto il mondo, alcune delle quali rese leggendarie dalla longevità dell’atleta etiope, dalla concorrenza di sportivi molto più giovani. Una vita da campione, anche nel proprio quotidiano, dedicandosi allo sviluppo dell’Etiopia, alla costruzione di scuole, creando posti di lavoro e soprattutto formazione e cultura nelle giovani generazioni, secondo i principi di Nelson Mandela, suo riferimento umano e secondo una vita fatta anche di Fede convinta di cristiano praticante.

Ambasciatore Unicef per l’impegno verso i bambini malati di AIDS e orfani.
Nel 2001 ha fondato la ONG “Grande Corsa dell’Etiopia” che ha organizzato oltre 50 corse con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma della fame che colpisce il popolo etiope.

 

Adorazione silenziosa

 

 

 

Il coraggio

di Stefano Borgonovo

 

O Maria aurora del mondo nuovo,

a Te affidiamo la vita.

O Maria aurora del mondo nuovo,

Madre dei viventi.

Guarda i bimbi

cui è impedito di nascere,

guarda i poveri

cui è reso difficile vivere,

ogni vittima dell’indifferenza

o di pietà,

di ogni forma di violenza disumana

 

Le maglie più prestigiose indossate sono senza dubbio quella del Milan e quella della Nazionale italiana, la prima quella del Como, quella più amata probabilmente quella viola della Fiorentina, ma ancora le casacche di Sambenedettese, Pescara, Udinese e Brescia hanno regalato a Stefano Borgonovo l’emozione di 15 stagioni di calcio ai massimi livelli in Italia ma anche, nel periodo in rossonero, in Europa e nel mondo.

Nella Fiorentina è vincente l’accoppiata con Roberto Baggio con il quale formava la l’attacco soprannominato “B2” ma con il Milan, nella Coppa Campioni del 1990, tornando in campo dopo una lunga convalescenza, si rivela fondamentale proprio nelle due partite di semifinale contro il Bayern Monaco: all’andata il Milan passa in casa per 1-0 con un rigore di Marco van Basten fischiato per un fallo su Stefano, al ritorno Borgonovo segna il gol in trasferta che, nonostante la sconfitta per 2-1, spinge il Milan verso la finale poi vinta, al Camp Nou, sullo Steaua.

Bayern-Milan del 4 aprile 1990 è ritenuta, dai cultori del calcio, la partita più importante giocata dall’attaccante brianzolo, ma la partita più importante della sua vita Stefano la sta giocando dal 2005 quando una terribile malattia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, comincia a privarlo rapidamente della voce, per poi rubargli la funzione degli arti e del corpo intero, ma non dell’anima.
Stefano Borgonovo è un uomo che qualcuno definirebbe “prigioniero del suo corpo immobile” ma una definizione che da un quadro davvero poco adeguato per descrivere una persona che ogni giorno, da vero sportivo, guarda al futuro con ottimismo, lotta per l’amore della vita.

Un amore che Stefano comunica attraverso un sistema oculare che gli permette di parlare, con una voce artificiale.
E Stefano comunica la speranza, come in una intervista prepartita, dove dalle parole si evince il desiderio di vincere. Come quando gli hanno chiesto se voleva essere ventilato, se voleva vivere, ma vivere tutta la sua vita attaccato ad una macchina. “Se è si chiudi gli occhi” gli chiesero e Stefano non ha esitato, in un “si!” convinto che lo tiene, più determinato che mai attaccato alla vita, alla moglie, ai suoi quattro figli. 

Nel 2008 Stefano, uomo simbolo di una speranza che non muore mai, decide di utilizzare la sua immagine pubblica per promuovere iniziative di raccolta fondi e, con la sua famiglia, ha dato vita alla Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, che sostiene la ricerca per vincere la SLA.

Borgonovo muore nel pomeriggio del 27 giugno 2013 all'età di 49 anni.

Tra le sue frasi che vogliamo ricordare: “La vita non si getta mai via... Non bisogna distruggere il bene più prezioso che abbiamo”.

 

 

O Maria aurora del mondo nuovo,

a Te affidiamo la vita.

O Maria aurora del mondo nuovo,

Madre dei viventi.

Fa’ che i cristiani

sappiano annunciare agli uomini

il Vangelo della Vita,

che sia per loro

un dono sempre nuovo

da celebrar con gioia

ogni giorno della vita

per costruire

con gli uomini di buona volontà

la civiltà dell’amore,

a lode del Creatore della Vita


Veglia per la Vita

L'ultimo sabato del mese vegliamo in adorazione 

affinchè ogni vita sia accolta, amata, difesa, servita


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