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Presentazione del Vangelo della Domenica

7 giugno 2026

Gv 6,51-58

  Vangelo

In quel tempo, Gesù disse alle folle dei Giudei: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Commento

        Viene riportato il brano del discorso del “pane della vita” di Gv 6 (va sottolineato l’articolo [cf vv.35.48], perché indica un pane specifico, il suo; attenti a rifiutare la preposizione semplice “di”, che ne designerebbe uno generico); il discorso è intercalato da “rispose Gesù e disse” (vv.26.29.43 …) o solo da “disse Gesù” (vv.32.35 …), ma è una creazione dell’evangelista, anche se può partire dalla tradizione risalente al rabbino di Galilea.

Prima lui si presenta: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo” (v.51a che può essere compreso come ricapitolazione e ripresa del pensiero precedente per evolverlo e passare ad un nuovo punto); si dovrebbe riferire globalmente a tutto il mistero di Cristo, alla rivelazione della verità portata da lui e in grado di saziare sino in fondo; è “il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (v.27) e per ottenere quella vita bisogna compiere l’“opera” preminente di Dio che è credere in “colui che egli ha mandato” (v.29). Questo appare il tema diretto della prima parte del discorso, così che “cibo” o “pane” devono essere intesi nel senso sapienziale di qualcosa che risponde alla fame di verità (cf Is 55,1-3; Pr 9,5).

            Con la seconda e terza  parte del v.51 il discorso diventa specificamente eucaristico, quando si afferma che quel pane va mangiato ed “…è la mia carne…” (in aramaico, la lingua dell’ambiente, “beśar”, anche se non si può escludere la possibilità che nell’occasione sia stata usata la lingua sacra e più solenne dell’ebraico e allora sarebbe “bāśār”, con suffisso pronominale di prima pers. sing., uguale all’aramaico, sia pure in costruzione diversa, “biśrî”): proprio questa può essere stata la parola usata da Gesù nell’ultima cena (non si conosce esattamente cosa egli abbia detto, nessuno lo ha trasmesso e non si è assolutamente in grado di ricostruirlo). Potrebbe essere parzialmente la quinta versione dell’istituzione dell’Eucaristia; le altre quattro sono note (cf Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; I Cor 11,24), ma nessuna si preoccupa della dicitura precisa (potrebbero riportare le formule eucaristiche usate nella liturgia delle singole comunità di derivazione). Comunque “corpo/sō̃ma”, quale si trova in esse (probabilmente derivato dai LXX, che di solito vertono così l’ebraico “carne”), è di impronta greca e si deve ritenere traduzione solo ad sensum dell’originario semitico, mentre “carne/sárx” gli è più vicina e può essere considerata traduzione letterale. È possibile vedere anche la volontà di affermare la presenza fisica e reale del Signore nell’Eucaristia per contrastare l’eresia doceta che ne sosteneva solo l’apparenza.

            La preposizione “per/hypér”, secondo il contesto in cui ricorre negli antichi documenti cristiani (cf anche Rm 8,32; I Cor 15,3; …), allude al sacrificio della croce e segnala tale aspetto nel mangiare la carne di Gesù (cf Mc 14,24; Lc 22,19; I Cor 11,24); beneficiario è il “cosmo/mondo”, inteso come insieme dell’umanità.  

            Agli uditori che, equivocando, interpretano in senso cannibalesco e rimangono perplessi, con un procedimento molto frequente in Gv, il concetto, lungi dall’essere addolcito o spiegato, viene ribadito con l’aggiunta di un elemento particolarmente ripugnante e proibito ai Giudei: al mangiare la carne si abbina il bere il sangue; questo, in quanto ritenuto veicolo di vita, vita stessa (cf Lv 17,11.14), era considerato da loro assolutamente intangibile, riserva esclusiva di Dio; poi il vangelo sottolinea come quella in ogni caso è l’unica via possibile per ottenere la vita eterna con la risurrezione operata da Gesù, perché “la mia carne vero è alimento e il mio sangue vera è bevanda”: così si realizza una profonda comunione con lui, una reciproca immanenza tra lui e chi mangia la sua carne beve il suo sangue. L’esigenza di mangiare la sua carne e bere il suo sangue viene accentuata con triplice ripetizione, cui vanno aggiunte altre due menzioni che parlano solo di mangiare, ma da intendere in senso globale di alimentazione a comprendere anche il dissetarsi. Ancora il confronto con la manna della famosa tradizione esodica (cf vv.32-33.49-50): quella ha saziato solo materialmente senza essere in grado di salvaguardare dalla morte (cf pure v.49); la vera “manna” è lui, Gesù, e chi ne mangia “vivrà per il secolo”.

            Viene precisato che il mandato apostolico parte dal Padre e, attraverso Gesù, giunge ai discepoli. 

            Si può notare la procedura letteraria che è stata chiamata felicemente “a spirale”, “mistica”: si riprendono sempre gli stessi argomenti (qui “vita”, in particolare “vita eterna”), ogni volta sviluppandoli e approfondendoli anche con nuovi orientamenti.

            Così termina il discorso del “pane della vita”, ambientato nella sinagoga di Cafarnao. Do espresso da Pietro in rappresentanza di tutti, secondo il vangelo) “parole di vita eterna hai e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio” (vv.68-69).

po vengono descritte le reazioni per molti negative; gli apostoli, direttamente interpellati, pur non capendo nulla, aderiscono a Gesù, si fidano di lui, perché (come viene

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