Presentazione del Vangelo della Domenica
II DOMENICA DI AVVENTO
7 dicembre 2025
Mt 3,1-12
Come accompagnatore e guida in questa seconda domenica di Avvento per preparare la venuta del Signore si ha la figura austera di Giovanni Battista, nella versione di Mt: lui è particolarmente esperto, in quanto adempie il compito di precursore immediato del Messia-Cristo; nella presentazione del primo vangelo, proclama (il verbo “kērýssō/faccio da araldo, annuncio, proclamo” è della stessa radice del noto sostantivo “kḗrygma/atto dell’annunciare, annuncio, proclamazione”, che si riferisce alla prima comunicazione della “buona novella”) ciò che poi sarà detto da Gesù in una sorta di dittico (cf.4,17), quindi Giovanni è considerato come un “piccolo Gesù”. Il tema dell’annuncio è il cambiare mentalità (viene espresso con l’imperativo di “metanoéō/cambio opinione, mentalità, mi converto” da cui deriva il termine “tecnico” più conosciuto “metánoia/cambiamento di mente, di mentalità, pensiero, conversione, pentimento”, che ricorre poco più avanti nell’espressione “frutto degno della metánoia”) (nell’AT [è un tema principale nei profeti] il pentimento è qualificato come “ritorno” a Dio abbandonando il peccato) e la vicinanza del “regno dei cieli” (è indicata col verbo al perfetto per indicare azione passata con effetto permanente, quindi alla lettera sarebbe “si è avvicinato”, da cui la traduzione “è vicino”) (va notato anche quanto si conosce bene tutti, che Mt, indirizzato principalmente a cristiani di origine giudaica, conforme all’uso ebraico eviti di menzionare Dio). L’idea del cambiamento di mentalità, anche se non con la terminologia relativa, si può vedere spiegata sempre in Mt, quando Gesù rimprovera Pietro perché segue criteri umani e non divini: “Va’ dietro a me. Satana: scandalo sei per me, perché non pensi le cose di Dio, ma le cose degli uomini” (16,23).
Si osservi che si passa subitaneamente alla narrazione attuale dal racconto di episodi dell’infanzia di Gesù e ciò è indizio che questo è secondario, aggiunto, poi combina con la presentazione di Mc (di fatto la prima testimonianza cristiana cominciava dal battesimo [si deve intendere del Signore] amministrato da Giovanni – cf At 1,21-22).
Il riferimento iniziale a “quei giorni” è troppo generico per poter essere inteso con valore cronologico (si calcola, comunque, di essere approssimativamente intorno al 26); può essere considerato quale incipit letterario, mentre appare più puntuale il dato topografico, come ambientazione dell’arrivo di Giovanni Battista: il deserto di Giuda. Viene citato esplicitamente Is 40,3 nella versione greca detta dei LXX risalente al III-I sec. a.C. (da essa, come si sa, proviene la maggior parte delle citazioni dell’AT nel NT), mentre la lezione ebraica tramandata, quando nel VII-XI sec. d.C., con l’intento dichiarato di riportare la tradizione (hanno messo i segni di interpunzione a testi che in manoscritti antichi presentavano le parole e anche le lettere attaccate senza alcuna divisione), intende in modo che nel deserto fosse predisposta la via al Signore. Bisogna limitarsi a prendere atto della differenza senza essere minimamente in grado di optare per l’una o l’altra soluzione, solo per un’eventuale citazione si dovrà accuratamente segnalare la fonte.
Giovanni, secondo la descrizione del testo evangelico, è abbigliato come un profeta (cf Zc 13,4; II Re 1,8); più avanti sarà dichiarato proprio tale (cf 11,9). Per contro la dieta sembra non avere un significato particolare, se non quello di rimarcarne l’essenzialità: è però l’alimentazione nel deserto; il “miele del campo, selvatico” probabilmente indica una resina prodotta dagli arbusti della zona (il miele vero e proprio è più difficilmente rinvenibile).
Si deve rimarcare che il vangelo solo dopo aver sottolineato la necessità della “metánoía” introduce il rito relativo: il segno ha valore solo se rispecchia la realtà. In clima penitenziale la gente si fa battezzare confessando i propri peccati; la sfera di influenza di Giovanni comprende tutta la Giudea con Gerusalemme e i dintorni del Giordano.
Vedendo arrivare molti Farisei e Sadducei, li apostrofa duramente “razza di vipere” (la frase è ripetuta in 12,34) destinati all’ira di Dio, e ne smaschera la falsa sicurezza religiosa, sottolineando la completa inutilità di appellarsi alla paternità di Abramo, perché nella realtà non conta l’appartenenza etnica o sociale, bensì il comportamento concreto. L’intervento di quegli autorevoli rappresentanti del Giudaismo pone problemi praticamente insolubili: come sono riconoscibili? avevano un abbigliamento specifico, distinto da quello degli altri? A Giovanni si deve riconoscere il potere soprannaturale di introspezione nello spirito altrui, come rilevato più volte per Gesù? Perché sono venuti al battesimo? con quali intenzioni? Anche se non avevano le disposizioni giuste (altrove, dove propriamente si tratta di “capi dei sacerdoti ed anziani”, ma erano sempre di loro, sono attaccati per non aver fede nel Battista – cf 21,32; pur non potendo generalizzare e se qui si tratta solo di una parte [non tutti i Farisei erano nemici di Gesù – cf Lc 13,31], l’osservazione può essere tenuta presente), perché lo hanno ricevuto? Probabilmente qui si deve vedere l’intervento del Narratore, tanto più che al tempo di composizione di Mt i rabbini, del movimento farisaico, erano i principali oppositori del cristianesimo. Il vangelo, fedele al principio, più volte notato, di non scendere a dettagli, non precisa nulla, per cui non si può sapere con esattezza. Assieme alla severa requisitoria c’è anche il consiglio positivo di un rinnovamento effettivo, operativo. Poi ritorna il discorso sul giudizio, richiamandone l’imminenza (“Già la scure è posta alla radice degli alberi”). Criterio discriminante è sempre l’operatività, espressa ancora con l’immagine dell’albero che porta frutto.
Il brano conclude ribadendo il valore di “metánoia” del battesimo di Giovanni e mettendolo a confronto con quello “in Spirito Santo e fuoco” del “più forte” annunciato come colui che opera la discriminazione definitiva.