Presentazione del Vangelo della Domenica
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
11 Gennaio 2026
Gv 1,29-34
La liturgia torna sull’episodio del Battesimo del Signore la cui festa si è celebrata domenica scorsa e fungeva da I domenica del tempo ordinario: là si aveva la versione di Mt, il vangelo del ciclo A; oggi c’è la versione di Gv in cui non viene descritto l’episodio, ma si ha una riflessione su di esso con la testimonianza del Battista. Proprio con il compito di testimone egli è presentato mandato da Dio fin dal prologo del quarto vangelo, dove si puntualizza: “non era lui la luce, ma perché testimoniasse intorno alla luce” autentica che era “veniente nel mondo” (Gv 1,8.9).
Secondo il racconto, “il giorno dopo” (con riferimento all’episodio precedente della sorta di inchiesta da parte degli inviati dei Giudei da Gerusalemme), Gesù va verso di lui senza che venga precisato né luogo di partenza né scopo, perché il vangelo va subito all’essenziale, che è presentare la sua figura. Il Maestro è indicato come “l’agnello di Dio”;l’articolo dice che si tratta di un’immagine ben nota, specifica: tra le molteplici spiegazioni date lungo il corso della storia dell’esegesi (riferimento al cosiddetto quarto canto del “servo del Signore”, in cui si parla di liberazione dal peccato [cf Is 53,4.7.12], e, pur non essendo in grado di definire l’identità del personaggio inteso dall’antico profeta, molti elementi si adatterebbero perfettamente a Gesù, specialmente ipotizzando con alcuni studiosi, dato che allora in quell’ambiente si parlava aramaico, che dietro il termine “agnello” ci sia l’aramaico “talja” che significa sia “agnello” che “ragazzo/servo”, ma nel testo di Is l’agnello non è identificato col personaggio e rimane a livello di paragone [“era come agnello condotto al macello… portava il peccato di molti …”]; si è visto anche un riferimento al sacrificio quotidiano dei due agnelli – cf Nm 28,3, ma lì non è esplicitato l’aspetto espiatorio; etc.), la più probabile [è anche la più comune] pare quella che vi vede un richiamo all’agnello pasquale della tradizione esodica che con il sangue preserva dallo sterminio i membri del popolo eletto; certamente anche Gesù fa così: con la sua morte redentrice libera dal male e in più si deve ricordare che il parallelismo è caro a Gv che presenta la concomitanza della passione e crocifissione-morte con l’immolazione degli agnelli pasquali).
Si noti anche il singolare “il peccato”, che è più ricco rispetto a “i peccati” della liturgia che pure prende da questo passo; qualcuno ritiene che ci si riferisca al peccato per eccellenza che, secondo molti testi, è la mancanza di adesione a Gesù, ma va evidenziato lo stato generico di peccato, fonte dei singoli peccati (che praticamente è la stessa cosa, in quanto la mancanza di fede si può considerare radice di ogni peccato).
Il verbo usato può indicare sia “portare/prendere su di sé” che “togliere/trascinare via”; si potrebbe dire: “toglie prendendo su di sé”. Partendo da questo testo, alla luce di altri testi del NT e sulla base dello sviluppo teologico e dottrinale successivo, si ritiene legittimo vedere qui pure un’allusione alla prospettiva escatologica perché la liberazione completa e definitiva dal peccato, la libertà piena (cf. Gv 8,32), si avrà solo alla fine dei tmpi con l’avvento glorioso del “Figlio dell’uomo”.
“Dopo di me… prima di me”: è eposteriorità cronologica e priorità ontologica; si ripete l’idea già espressa nel prologo (cf 1,15) con allusione alla preesistenza (cf 1,1-2) e si richiama praticamente alla lettera la dichiarazione dei vv.26-27 circa la superiore dignità del Messia. Si può vedere una polemica contro seguaci del Battista che lo ritenevano superiore a Gesù, come Messia (cf 1,6-8.15.19-27; 3,28-30), mentre ne era solo precursore.
Nella duplice dichiarazione di non conoscerlo “non lo conoscevo”, non si può trattare di semplice conoscenza fisica, data la parentela fra i due (cf Lc 1,36), ma di quella del vero essere, dell’origine soprannaturale del Cristo; per questo si appella a specifica rivelazione divina.
Segno distintivo è presentato l’impossessamento permanente di lui da parte dello Spirito (per latradizione della forma visibile della “colomba” attestata da tutti e quattro i vangeli si rimanda a quanto già detto) (viene usato il verbo “ménein/restare, rimanere, permanere”, che qui indica appunto la permanenza dello Spirito, quale potere divino rendente capace di compiere la propria missione, ma il termine spesso in Gv ha il valore teologico di designare la mutua immanenza di Padre e Figlio), allora è lui a battezzare nello Spirito Santo: qui c’è un richiamo del Battesimo cristiano che libera definitivamente dal peccato e non si limita a riconoscerlo. Sempre mediante la testimonianza di Giovanni Battista, il vangelo qualifica esplicitamente il Signore come “figlio di Dio”.
Si parla volutamente di vangelo, perché, come sempre, si ha davanti solo il testo sacro che presenta il tutto alla luce della Pasqua, quindi Gesù è considerato come oggetto/soggetto di sacrificio espiatorio, secondo la teologia cristiana; non è certo il punto di vista del personaggio Giovanni Battista quale appare dall’insieme dei vangeli: lungi dall’avere l’idea della morte espiatrice del Messia, lo concepiva come giudice severo che eliminasse i peccatori, come si separa la pula dal grano (cf Mt 3,12), anche se poi tace e risulta accettare senza scandalizzarsi la prospettiva diversa di Gesù (cf Mt 11,6).