Parlare di Dio – Byung Chul Han
Qualche tempo fa, Simone Weil è venuta a stare dentro di me. Si è sistemata nella mia anima. Ora continua a vivere e a parlare in me. Ho avviato un fervido dialogo interiore con lei, sviluppando un affetto profondo per i suoi pensieri. Ha mosso qualcosa nella mia anima di cui fino a quel momento non ero consapevole, qualcosa che però avevo sempre portato dentro. Simone Weil è entrata nella mia vita quando ho avvertito quella medesima energia proveniente dall’alto, un’energia più forte di me, che la mise in ginocchio nel 1937 nella Porziuncola
L’opera Parlare di Dio si colloca nel percorso filosofico di Byung-Chul Han che indaga la crisi della contemporaneità: una società dominata dall’efficienza, dalla trasparenza totale, dall’ipercomunicazione e dalla perdita di profondità. In questo contesto, Han sostiene che il linguaggio su Dio diventa impossibile non perché Dio sia scomparso, ma perché è venuta meno la condizione antropologica che rende possibile l’esperienza del sacro.
Secondo Han, parlare di Dio richiede silenzio, ascolto, attesa, interiorità: tutte dimensioni che la cultura digitale e performativa erode sistematicamente. L’uomo contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di stimoli, opinioni, auto-esposizione e produzione di sé; non conosce più la passività feconda, la disponibilità a ricevere, la capacità di lasciarsi toccare da ciò che non controlla. Per questo Han afferma che la parola su Dio non può essere un prodotto della comunicazione, ma nasce da un’esperienza che eccede il linguaggio ordinario.
Il libro mette in luce che Dio non è un concetto da spiegare, né un oggetto da esibire, ma un evento di senso che accade quando l’uomo rinuncia alla volontà di dominio e accetta la vulnerabilità dell’incontro. Parlare di Dio significa allora custodire uno spazio di non-utilità, di gratuità, di mistero, in cui la parola non è informazione ma risonanza.
Han denuncia che la società della prestazione ha trasformato anche la religione in un dispositivo motivazionale o identitario, perdendo la sua capacità di generare stupore e trasformazione. Solo recuperando la dimensione contemplativa, la lentezza, la profondità, l’arte dell’ascolto, diventa possibile riaprire un varco verso il divino.
In conclusione, Parlare di Dio è un invito a riconoscere che il sacro non si comunica: si testimonia. E la testimonianza nasce da un modo diverso di abitare il mondo, più fragile, più attento, più libero dalla logica dell’efficienza. Parlare di Dio, per Han, è possibile solo quando l’uomo torna a essere capace di silenzio, meraviglia e relazione.