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Presentazione del Vangelo della Domenica

27 settembre 2026

 Vangelo Mt 21, 28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Commento

Il protagonista (sempre Gesù, nominato nei versetti 12 e 16) coinvolge gli uditori (“arcisacerdoti e anziani del popolo” – v.23) con la domanda che si trova diverse volte nel vangelo: “Cosa poi a voi pare?”. Così è introdotta una parabola, che si trova solo in Mt; senza attardarsi in dettagli, il brano evangelico va subito allo scopo di evidenziare la differenza di comportamento fra i due fratelli: uno che non aderisce alla richiesta del padre, dicendo di non averne voglia, ma poi si pente e fa, l’altro che si mostra disponibile (alla lettera “io, signore”, come a dire: “conta su di me”), poi nella realtà non fa. La traduzione ovviamente prende una via, per cui non risulta nemmeno l’esistenza di altre possibilità, ma nella trasmissione testuale, alquanto accidentata, sono documentate tre versioni.

In alcuni manoscritti viene approvato il figlio ubbidiente solo a parole e nel passato anche eminenti studiosi hanno privilegiato tale versione sulla base della norma di critica testuale che suggerisce di preferire la lettura più difficile (“lectio difficilior potior”) e si sono visti elementi del comportamento giudaico per spiegare la soluzione, ma essa non è solo più difficile, bensì, a fronte della domanda su chi ha fatto la volontà del padre, semplicemente assurda, per cui pare da scartare; per spiegarne la presenza nei manoscritti si è pensato ad errore scribale, ancora a comportamenti dei Giudei.

In altri manoscritti importanti c’è alternativa fra il figlio del no e quello del sì, nel senso che viene messo prima l’uno o l’altro; nemmeno la speculazione è risolutiva: se si mette al primo posto il figlio che annuisce subito e poi di fatto rifiuta, non avrebbe molto senso che il padre interpelli il secondo figlio dopo l’assicurazione della risposta positiva da parte del primo; però si può sempre pensare che egli abbia notato il comportamento effettivo. Qualcosa di simile, con i dovuti adattamenti, va detto se si pone davanti il secondo figlio.

            La parabola costituisce un’unità letteraria ben delimitata, racchiusa fra due domande, quella iniziale (già riportata) e quella finale (“Chi dei due ha fatto la volontà del padre?”) e seguita dalla risposta conclusiva a quest’ultima; poi, introdotta dall’“Amen” che richiama l’attenzione, si ha l’applicazione.

            Nel racconto parabolico si può ravvedere pure un carattere allegorico, in  quanto il padre rappresenta Dio-Padre, la vigna richiama il popolo di Israele, secondo la tradizione biblica (cf Is 5,1-7; Mt 21,33-43) e i figli possono significare quelli che ubbidiscono o non ubbidiscono alla parola di Dio. In pratica esso potrebbe essere un commento vivido al passo: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21); è la prospettiva cristiana che coincide con quella giudaica: per esempio, nella presentazione biblica, a lui affatto favorevole, Saul viene ripudiato per aver voluto fare secondo la propria idea, trasgredendo l’ordine del Signore; Samuele,fedele interprete della volontà divina, lo riprende: “Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici, quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti.” (I Sm 15,22); si ricordino anche tutte le invettive profetiche in merito. Vero discepolo è colui che, non semplicemente si dichiara tale, ma effettivamente agisce tenendo conto di lui: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (I Gv 3,18).

            Continua la polemica contro persone che si limitano alle parole senza vera adesione a Dio nei fatti (cf il contesto immediato, precedente e seguente – vv.23-46). Questa, che si celava sotto la figura del figlio che accondiscende prontamente alla richiesta del padre e poi, di fatto, non la esegue, diventa esplicita nell’applicazione, enfatizzata dall’introduzione solenne, come si è visto, e dalla menzione del nome del protagonista, “Gesù”, in riferimento ai “pubblicani” e alle “prostitute”, considerati peccatori pubblici, da evitare, che invece “precederanno voi nel regno di Dio” (una delle 5 volte in cui nel primo vangelo ricorre tale espressione [una volta con problema testuale] invece della caratteristica formula matteana “regno dei cieli” [32volte]):  sono approvati e additati come esempio, non per la loro condotta, ma per l’atteggiamento di piena disponibilità ad accettare il messaggio in particolare di Giovanni Battista); qualcuno ha interpretato in senso sostitutivo: “prenderanno il vostro posto” (come, ad esempio, nell’italiano proprefetto, prorettore); la particella “pro-” usata qui, oltre al valore proprio di priorità temporale, può avere anche tale significato, ma nelle altre cinque ricorrenze il verbo “proágō” indica sempre precedenza temporale, quindi si può ritenere altamente probabile che anche nel passo presente vada inteso così e che si debba mantenere la traduzione consueta. 

            Con l’introduzione della figura del Precursore, che in Mt, è strettamente associato a Gesù (cf 3,2 con 4,17), il passo risulta in continuità col precedente, dove si trova quella figura e ne è come un’esplicazione; il Battista è qualificato come uno che percorre la “via della giustizia”: quello della giustizia è un tema fondamentale nel primo vangelo, anche se solo qui viene abbinato a via; in pratica indica una vita conforme alla volontà di Dio ed è in sintonia con tutto il messaggio biblico, quando chiede di rigettare il male e compiere il bene: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere… Odiate il male e amate il bene…” (Am 5,14-15). Tali persone, pur evitate dai benpensanti, credendo a Giovanni, si sono riconosciute bisognose di conversione, quindi, anche se esternamente inadempienti, di fatto sono state fedeli; invece il “voi” dei Giudei interlocutori, sicuri di essere nel giusto, non hanno avvertito minimamente la necessità di cambiare, interpretando a modo proprio quanto pur vedevano.  A livello storico, con ogni verosimiglianza, Gesù, che va ritenuto all’origine testo evangelico, doveva riferirsi in particolare ai Farisei che lo disapprovavano per l’accoglienza che egli riservava agli esclusi della società. Di quelli il vangelo afferma: “… dicono e non fanno” (Mt 23,3); lo dice espressamente il contesto che segue il passo odierno, dove si afferma che “arcisacerdoti e Farisei” capiscono che le parabole sono riferite a loro (cf 21,45, ove il plurale indica che si suppone compreso anche il racconto presente); quella attuale è la prima di una trilogia di parabole sul giudizio.

            Decisiva, in ogni modo, è l’adesione al Vangelo: “Convertitevi, e credete al vangelo”, secondo l’invito liturgico nel rito dell’imposizione delle ceneri, basato sul testo biblico. 

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